IL RICORDO | Il terremoto e quel sottile filo rosso che lo lega alle nostre vite

A distanza di 108 anni, a Messina, si vive ancora nelle baracche costruite per dare un primo e momentaneo alloggio agli sfollati. Ferite ancora aperte e non rimarginate che attraversano la nostra storia e ci riguardano da vicino

A distanza di 108 anni, a Messina, si vive ancora nelle baracche costruite per dare un primo e momentaneo alloggio agli sfollati. Ferite ancora aperte e non rimarginate che attraversano la nostra storia e ci riguardano da vicino

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Il sisma che sconvolse Reggio e Messina
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di Roberto Maria Naso Naccari Carlizzi 

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Il terremoto riporta in superficie paure ancestrali e dolorose, ribadendo quel senso di precarietà ed effimero, abbattendo oltre a case, edifici e strade, anche quel delirio di onnipotenza che porta l’uomo a presumere d’essere il padrone del mondo e della natura. Immagini, lacrime, polvere, dolore, macerie sotto i nostri occhi ogni giorno, ogni secondo nel proliferare della comunicazione digitale e casalinga dove ognuno di noi può pubblicare in rete un video e la sua esperienza e visione del mondo così come del terremoto.

Ogni persona conserva un ricordo, un’immagine, una sensazione. I miei ricordi legati ai terremoti, nonostante ricordi meglio quelli recenti, sono legati soprattutto al terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, la scossa fu tale che si sentì anche da noi, la sensazione di paura di noi bambini fu amplificata dal non capire e comprendere a pieno i fatti e le cose.

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Ricordo ero alla festa di compleanno di Daniela, una mia amichetta di cui segretamente ero invaghito. Venne dopo qualche minuto dalla scossa a prendermi mia madre. La gente per strada, la paura, le lacrime e le grida di chi maggiormente scosso nell’animo così reagiva. La notte e le notti seguenti dormimmo vestiti, una valigetta per ognuno di noi sempre pronta e a portata di mano nell’ingresso, le due auto col pieno di benzina normale e bottiglie d’acqua e cibo nei portabagagli.

Di un altro terremoto di cui non sono stato però diretto testimone, ma che considero “vicino” è quello del 28 dicembre 1908 che vide Messina e Reggio praticamente rase al suolo. Lo conosco attraverso i racconti di mia nonna e di mia madre. In quei giorni a Messina si trovava mio nonno Carmine allora giovane ventenne universitario a Catania, in visita alla sua fidanzata nella città dello Stretto. Vivo per miracolo si aggregò ai soccorsi organizzati dai comandi delle navi russe ed inglesi alla fonda del porto di Messina e dalle varie logge massoniche locali che tra le istituzioni, furono le prime a reagire.

Con mezzi di fortuna, assieme ai marinai russi e ai membri delle logge, scavò tra le macerie salvando numerose persone ma non salvò la sua promessa sposa e pur consapevole della sua morte, più volte al giorno si recava presso i ricoveri di fortuna ove alloggiavano i superstiti per sincerarsi che si fosse sbagliato. Trovò il suo corpo e non riuscì a darle singola e degna sepoltura, finendo così in una fossa comune. Prima che badilate di terra la seppellissero assieme ai corpi di tanti altri sfortunati messinesi, scese nella fossa e tenendo tra le mani il bel volto livido di morte incorniciato da una folta chioma di biondi ricci, le impresse un ultimo bacio sulle labbra ormai rigide e fredde e le coprì il volto con il suo fazzoletto di seta impregnato delle sue lacrime e del suo amore. Ogni qualvolta a mio nonno i figli chiedevano del terremoto, un velo di lacrime bagnava i suoi occhi.

1908, il sisma che sconvolse Reggio e Messina

Ogni 28 dicembre mio nonno finché fu in vita, nel suo palazzo a Mileto metteva una candela alla finestra che s’affacciava in direzione Messina, ricordando e onorando la memoria di quel suo antico amore e di quanti in quel giorno persero la vita. Mia nonna rispettò sempre il suo dolore. Si amarono di amore sincero e diedero alla luce cinque figli, dei quali mia madre è l’ultima. In quel giorno mio nonno era più taciturno e silenzioso ed in casa rispettavano il suo dolore evitando mia madre ed i suoi fratelli, miei zii, di essere troppo garruli e chiassosi nonostante le festività natalizie. Mio nonno venne insignito sul campo di numerosi riconoscimenti che ancora oggi, gelosamente conserviamo; stanco, smunto e smagrito, dopo oltre un mese di viaggio a piedi, attraversando lo stretto su un barchino, raggiunse quasi in cenci la sua Mileto e la sua famiglia che oramai disperava della sua salvezza. A distanza di oltre un secolo, l’apertura degli archivi diplomatici russi evidenza vergognosi retroscena sulla gestione dei soccorsi a Messina e confermano quanto mio nonno con rabbia, vergogna e dolore raccontava, avendoli vissuti, visti e subiti in prima persona.

All’indomani del terremoto sopraggiunse un corpo di spedizione di bersaglieri al comando del generale lombardo Francesco Mazza che proclamò lo stato d’assedio. I bersaglieri misero a ferro e fuoco la città, passando sommariamente per le armi chi scavava tra le maceria della propria casa, magari per recuperare i corpi dei propri cari o alla ricerca di qualche suo avere. Mio nonno stesso nella ricerca forsennata della sua promessa sposa, scampò alla follia del plotone di esecuzione salvato da un massone e da un capitano della marina imperiale russa. Furono giorni terribili ed i cablogrammi russi a Mosca parlano di razzie e violenze operate dalle truppe italiane ai danni dei superstiti. Vennero allestiti come avviene anche oggi in caso di calamità, degli uffici postali mobili, solo che all’epoca furono riservati ad uso dei soli militari.

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Da Messina partirono direzione nord, numerosi pacchi con preziosi e beni e cospicue somme di denaro spediti dai nostri eroici soldati, che non esitavano a tagliare le dita ai cadaveri per impossessarsi degli anelli. Quando raccontava questi episodi con raccapriccio, rabbia e reticenza, mio nonno tentava di nascondere le lacrime copiose, lui sopravvissuto alla carneficina della prima guerra mondiale e alle decimazioni della brigata Catanzaro di cui era ufficiale. Fu forse anche per questo che detestava la monarchia e successivamente anche il fascismo, cui comunque riconobbe una migliore efficienza nella gestione del successivo terremoto del Vulture del 23 luglio 1930. Il terremoto lascia ferite in chi sopravvive anche a distanza di anni e di oltre un secolo, oggi guardando gli occhi di mia madre che commossa ricorda il dolore del padre, rivedo brillanti, calde e vivide le stesse lacrime di mio nonno e quel dolore è anche ed ancora mio.