Il racconto di Daiana che aveva 16 anni quando il padre Ulisse Gaglioti fu travolto dal fango sulla Statale 18: «Una mattina è uscito per andare a lavorare e non è più tornato». Tra memoria, rabbia per la giustizia mancata e la paura che tutto possa ripetersi: «Non è cambiato nulla, può succedere di nuovo»
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Venti anni dopo, il fango non se n’è mai andato davvero. Non dalla memoria di chi quel 3 luglio 2006 lo ha visto arrivare come un muro d’acqua e detriti. E soprattutto non dalla vita delle famiglie che da quel giorno convivono con un’assenza impossibile da colmare.
Il tempo fermo a mezzogiorno e un quarto
Per Daiana Gaglioti, figlia di Ulisse, una delle vittime della bomba d’acqua che deflagrò sul Vibo Valentia, il tempo sembra essersi fermato a mezzogiorno e un quarto. L’ora esatta in cui suo padre, una guardia giurata che allora aveva 40 anni, perse la vita. L’ora che, ancora oggi, ogni giorno, riporta tutto indietro.
«Sono passati vent’anni, ma il dolore è lo stesso», racconta. All’epoca aveva appena 16 anni. Suo fratello ne aveva 8. In un solo pomeriggio la loro infanzia e la loro famiglia furono travolte insieme alla strada che da Longobardi porta verso Vibo.
«Il disastro è successo a mezzogiorno e un quarto. Noi siamo arrivati nel pomeriggio. Ricordo il fango, ricordo Longobardi devastata. Non abbiamo fatto in tempo a vedere nostro padre. La polizia ci fermò e ci comunicò la notizia. Lo abbiamo rivisto soltanto all’obitorio».
Da quel momento nulla è più tornato com’era. Ulisse Gaglioti era uscito di casa per andare a lavorare. Un gesto quotidiano, identico a tanti altri. Non è più rientrato. A chi gli voleva bene è rimasta l’impossibilità di accettare che si possa morire così, lungo la strada per andare al lavoro, in pieno giorno.
«È cambiato tutto. Mia madre ha dovuto trovare la forza di crescere due figli. Noi siamo andati avanti senza nostro padre. Una mattina è uscito di casa per andare a lavorare e non è più tornato». Con Ulisse morì anche il nipote, di appena 15 mesi, Salvatore Gaglioti. Entrambi furono travolti dalla furia dell’acqua che si abbatté sulla Statale 18, a metà strada tra Vibo città e Vibo Marina.
La domanda di una bambina
Oggi Daiana è madre di due bambine. Loro il nonno non lo hanno mai conosciuto. Lo incontrano nei racconti di famiglia, nelle fotografie, nei ricordi che gli adulti cercano di consegnare senza far pesare troppo il dolore. Ma ci sono domande davanti alle quali anche le parole di una madre si fermano.
«Una delle mie figlie mi ha chiesto come si possa morire semplicemente prendendo la macchina per andare a Vibo. Non ho saputo darle una risposta».
Interrogativi senza soluzione perché sono gli stessi che la famiglia Gaglioti si pone da vent’anni. Una risposta che non è arrivata dalle aule di giustizia e che, sul piano della sicurezza del territorio, continua a restare sospesa tra promesse, carte, progetti, finanziamenti annunciati e interventi mai percepiti come davvero risolutivi.
La ferita aperta del territorio
Perché l’anniversario del 3 luglio non è soltanto memoria. È anche una domanda rivolta al presente. Se una bomba d’acqua simile dovesse abbattersi oggi sullo stesso territorio, ci sarebbe davvero la certezza che una tragedia come quella non si ripeta? Guardando a ciò che è accaduto in questi vent’anni, è difficile rispondere di no. I soldi stanziati negli anni si sono spesso persi in mille rivoli di burocrazia, ritardi e promesse non mantenute.
«Quando percorro quella strada - dice Daiana - non vedo grandi cambiamenti. È stata installata una rete per contenere alcuni massi, ma per il resto è rimasto quasi tutto uguale. Se dovesse verificarsi un evento simile, non so quali potrebbero essere le conseguenze».
Il dolore privato si intreccia così con una ferita pubblica. La storia di Ulisse Gaglioti, del nipote Salvatore e della terza vittima di quel tragico giorno, Nicola De Pascale, 44 anni, anche lui una guardia giurata, non appartiene solo alla sua famiglia. Appartiene a Longobardi, a Vibo Marina, a Bivona, a Portosalvo, a San Pietro. Appartiene a un intero territorio che quel giorno vide l’acqua scendere dalla collina al mare portando via vite, case, attività, certezze.
La giustizia che non è arrivata
«La giustizia che aspettavamo non è arrivata – continua Daiana -. Quando il giudice ha dichiarato che il fatto non sussiste abbiamo provato tanta rabbia e una profonda delusione».
Sono parole logorate da vent’anni di attesa, di speranze e di silenzi. Parole di chi non riesce a considerare chiusa una vicenda solo perché lo ha stabilito un procedimento giudiziario. Perché ci sono dolori che non finiscono con una sentenza e ci sono domande che continuano a bussare ogni volta che il cielo si fa scuro: «Continuiamo a domandarci perché sia successo. Ce lo chiediamo ogni giorno».
Nel ricordo della figlia, il suo papà resta una presenza viva: «Se potessi parlargli gli direi grazie. Ci ha trasmesso valori e principi che ancora oggi guidano la nostra vita. Gli direi anche che abbiamo cercato in tutti i modi di ottenere giustizia e che, nonostante tutto, a volte ci sentiamo in colpa perché pensiamo di non aver fatto abbastanza».
Oggi è un giorno diverso da quelli che si sono succeduti negli ultimi 20 anni, perché oggi è quel giorno a distanza due decenni esatti. Eppure, ammette la ragazza, «qualunque sia la data, ogni volta che guardo l’orologio che segna mezzogiorno e un quarto il pensiero va sempre al mio papà».


