sabato,Maggio 15 2021

Sacerdoti sotto processo, la Diocesi non risponderà quale responsabile civile

Il Tribunale non ritiene che le condotte contestate agli imputati siano state commesse nell’esercizio dell’attività lavorativa alle dipendenze della Curia. L’accusa è di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso

Sacerdoti sotto processo, la Diocesi non risponderà quale responsabile civile

Non dovrà rispondere quale responsabile civile – nella persona del vescovo Luigi Renzo – la Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea nel processo che vede imputati i sacerdoti Graziano Maccarone, 43 anni, segretario particolare del vescovo e don Nicola De Luca, 42 anni, di Rombiolo, già reggente della Chiesa Madonna del Rosario di Tropea e rettore del santuario di Santa Maria dell’Isola. Il Tribunale collegiale di Vibo Valentia, presieduto dal giudice Tiziana Macrì, non ha infatti accolto la richiesta in tal senso avanzata nella precedente udienza dagli avvocati Michele Gigliotti e Daniela Scarfone in quanto, evidentemente, i reati contestati agli imputati non sono stati considerati come generati da condotte delittuose commesse nell’ambito dell’attività lavorativa svolta alle dipendenze della Diocesi. Graziano Maccarone e Nicola De Luca si trovano sotto processo con l’accusa – tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso – di aver costretto con violenza o minaccia Roberto Mazzocca a restituire una somma di denaro ammontante ad 8.950 euro, ricevuta in prestito dai prelati per estinguere un debito originariamente contratto dall’imprenditore tropeano e da una sua figlia con una terza persona. In particolare don Maccarone, nelle sue richieste di saldo del debito, avrebbe anche evocato il coinvolgimento in questa vicenda di suoi cugini di Nicotera Marina ritenuti dagli inquirenti vicini al clan Mancuso. [Continua in basso]

Graziano Maccarone

Nel frattempo Graziano Maccarone, secondo l’accusa, avrebbe inviato in due mesi oltre tremila contatti telefonici (in maggioranza messaggi a sfondo sessuale) ad una figlia invalida del debitore, facendosi inviare foto compromettenti e facendosi recapitare – stando alla ricostruzione della Dda ed alle dichiarazioni della parte offesa – indumenti intimi dalla ragazza per il tramite di conoscenti per poi invitare la stessa ragazza in un albergo di Pizzo. Incontro, quest’ultimo, che tuttavia non aveva poi luogo.
Don Graziano Maccarone, secondo la ricostruzione della Squadra Mobile di Vibo Valentia e della Dda di Catanzaro, avrebbe inoltre contattato un proprio cugino di Nicotera, ritenuto vicino al boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, invitando il suo amico sacerdote don Nicola De Luca a farsi da parte perché avrebbe recuperato il denaro “per vie traverse” attraverso “i suoi cugini” evocando anche il nome del boss Luigi Mancuso, definito da don Graziano Maccarone come “il capo dei capi”.

Nicola De Luca

Le contestazioni coprono un arco temporale che va dal dicembre del 2012 a fine marzo del 2013 con luoghi di commissioni indicati in Tropea, Nicotera, Mileto e Vibo Valentia. L’aggravante mafiosa fa riferimento al comportamento idoneo ad esercitare una particolare coartazione psicologica nella vittima, in quanto dotato – ad avviso della Procura distrettuale – dei caratteri propri dell’intimidazione derivante dall’evocare la vicinanza di don Graziano Maccarone alla famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso.
Graziano Maccarone, che si è sempre protestato innocente, è difeso dall’avvocato Fortunata Iannello, mentre Nicola De Luca (anche lui nel corso degli interrogatori dichiaratosi estraneo ai fatti) è assistito dall’avvocato Giovanni Vecchio. Prossima udienza il 12 maggio per ascoltare in aula due testi della pubblica accusa rappresentata dalla Dda di Catanzaro.

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