sabato,Maggio 8 2021

Droga: tre i vibonesi coinvolti nell’operazione Handover, ecco le accuse

Di Joppolo, Limbadi e Mongiana gli indagati nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che ha colpito i clan Pesce e Cacciola di Rosarno

Droga: tre i vibonesi coinvolti nell’operazione Handover, ecco le accuse

Ci sono anche tre indagati del Vibonese nell’operazione Handover della Dda di Reggio Calabria che mira a far luce su un traffico di droga gestito dai clan Pesce e Cacciola di Rosarno. Due sono stati arrestati (Giovanni Burzì, 31 anni, di Joppolo, e Piero Schimio, 26 anni, di Mandaradoni di Limbadi), mentre un terzo (Giuseppe Condina, 30 anni, di Mongiana) è indagato a piede libero.[Continua in basso]

Le contestazioni

In particolare, Giuseppe Condina è indagato in concorso con Rocco Pesce (cl. ’71) di Rosarno con l’accusa di aver trasportato in Sicilia, nell’aprile del 2018, un carico di sostanza stupefacente. In questo caso, ad avviso del gip distrettuale di Reggio Calabria, si configura a carico di Rocco Pesce (cl. ’71), in concorso con Giuseppe Ambrogio Condina, la fattispecie della detenzione e del trasporto di stupefacente.

Giovanni Burzì e Piero Schimio sono invece accusati, in concorso tra loro, di aver acquistato, detenuto e trasportato un chilo di sostanza stupefacente del tipo marijuana ricevuta da Giuseppe Cacciola (cl. ‘87) e Antonino Pesce (cl. ’93), tramite la mediazione di Salvatore Corrao. Il reato si sarebbe consumato a Rosarno il 13 gennaio 2018. Sarebbe stato Corrao, secondo l’accusa, a mettere in contatto i fornitori, Giuseppe Cacciola (cl. ’87) e Antonino Pesce (cl. ’93), con Giovanni Burzì, intenzionato ad acquistare dieci chili di marijuana, riconoscendogli una provvigione pari a 100 euro per ogni chilo comprato. Giuseppe Cacciola e Antonino Pesce, dopo aver preparato una confezione da un chilo di droga, l’avrebbero “consegnata a Giovanni Burzì e Piero Schimio, con i quali era stato organizzato un incontro tramite Salvatore Corrao”.

Giovanni Burzì è un volto noto alle forze di polizia. La stessa ordinanza dell’operazione Handover ricorda infatti di essere stato controllato in compagnia di diversi esponenti della famigliaMancuso di Limbadi e Nicotera: Giuseppe ed Emanuele Mancuso, entrambi figli di Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere” (Emanuele Mancuso è passato fra le fila dei collaboratori di giustizia dal giugno 2018); Antonio Mancuso, figlio del boss detenuto Giuseppe Mancuso; Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”. Scrive il gip di Reggio Calabria: “gli elementi acquisiti lasciano ritenere che Burzì sia inserito in contesti di spaccio di ampio respiro e portata, come può desumersi dal fatto che riusciva ad avere canali di collegamento con la consorteria Pesce, che non pratica certo lo spaccio al “minuto”. Lo Schimio raggiungeva la località di incontro con il Burzì e partecipava a tutte le fasi che si concludevano con la consegna dello stupefacente, circostanza che impone di ritenere che egli fosse pienamente coinvolto nella vicenda e che comunque avesse contezza che dovevano prelevare e trasportare sostanza stupefacente”. Giovanni Burzì è difeso dagli avvocati Francesco Sabatino e Francesco Calabrese, Piero Schimio dall’avvocato Francesco Capria.

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