Sono complessivamente cinque le persone indagate nell’ambito dell’inchiesta che all’alba di oggi ha sgominato una baby-banda del terrore nella Piana di Gioia Tauro. Destinatari del provvedimento tutti giovani dai 20 ai 22 anni. Tre sono finiti agli arresti domiciliari, mentre per altri due è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Gli arresti domiciliari sono stati disposti per Salvatore Carbone, 22 anni, di Polistena; Francesco Bono, 22 anni, di Polistena; Francesco Oppedisano, 21 anni, di Cinquefrondi.

Obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per Giovanni Ciricosta, 22 anni, di Cinquefrondi; Angelo Serafino Chiappalone, 22 anni, di Melicucco.

L’operazione portata avanti dai carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro con il coordinamento della Procura della Repubblica di Palmi diretta dal Emanuele Crescenti.

L’operazione, condotta dai militari della Stazione Carabinieri di Melicucco (RC) al termine di una serrata e articolata attività investigativa, ha fatto emergere un quadro accusatorio di estrema gravità: associazione per delinquere, sequestro di persona, atti persecutori, violazione di domicilio, fabbricazione e detenzione di armi – tra cui bottiglie incendiarie – e uccisione di animali.

Nel mirino persone fragili

Secondo quanto ricostruito, il gruppo avrebbe agito con modalità sistematiche, prendendo di mira persone fragili, trasformate in vittime di una sequenza continua di violenze, umiliazioni e soprusi. Non episodi isolati, ma un vero e proprio sistema di sopraffazione capace di generare un clima diffuso di paura nel territorio.

Tra i fatti più gravi, l’irruzione nell’abitazione di una vittima: fingendosi militari del Nas, alcuni indagati avrebbero simulato un controllo, immobilizzando l’uomo e ammanettandolo al letto, per poi picchiarlo e minacciarlo con una pistola puntata alla tempia, nonostante le sue disperate richieste di essere lasciato in pace.

Le violenze riprese

Determinanti per le indagini i contenuti multimediali acquisiti: video e immagini che documentano pestaggi, vessazioni e atti degradanti, spesso accompagnati da risate e incitamenti. La violenza veniva ripresa e condivisa, diventando strumento di affermazione e dominio all’interno del gruppo.

Le condotte ricostruite delineano un’escalation inquietante: vittime ferite con materiale incendiario e petardi, soggetti incapaci ingannati con modalità pericolose, aggressioni improvvise e atti intimidatori anche in luoghi pubblici. Accertata inoltre la realizzazione e l’esplosione di ordigni artigianali in aree isolate.

Per lungo tempo, le vittime sarebbero rimaste in silenzio, paralizzate dal timore di ritorsioni e dall’umiliazione subita, arrivando a modificare radicalmente le proprie abitudini di vita fino all’isolamento. Solo l’intervento dei Carabinieri ha consentito di rompere il muro di paura e ricostruire l’intera vicenda.

Dalle indagini emergono inoltre profili di marcata pericolosità sociale: nelle chat e nei materiali acquisiti, gli indagati esibivano armi – fucili e pistole – e utilizzavano espressioni riconducibili a logiche di controllo del territorio. Documentati anche episodi di vandalismo ai danni del patrimonio pubblico.

Violenza anche sugli animali

A completare un quadro già drammatico, la totale assenza di empatia: in uno dei video sequestrati, il gruppo si accanisce con crudeltà su un animale.