‘Ndrangheta: operazione “Domino” contro i clan di Fabrizia, Cassazione respinge i ricorsi

Nella medesima operazione coinvolti anche due soggetti di Locri autori dell’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno

Nella medesima operazione coinvolti anche due soggetti di Locri autori dell’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno

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Sono stati dichiarati inammissibili dalla prima sezione penale della Cassazione i ricorsi di Bruno Nesci, 63 anni, e del genero Antonio Montagnese, 40 anni, entrambi di Fabrizia e condannati per associazione mafiosa quali vertici dell’omonimo clan (Nesci-Montagnese) al termine dell’operazione antimafia della Dda di Catanzaro denominata “Domino”. Con ordinanza 5 aprile 2017, la Corte d’Appello di Catanzaro, in funzione di giudice dell’esecuzione, ha rigettato la richiesta avanzata da Bruno Nesci e Antonio Montagnese di declaratoria di non esecutività della sentenza di secondo grado del 21 marzo 2013, che li ha condannati per il delitto di associazione mafiosa, il primo a 12 anni di reclusione, il secondo a 9 anni. Secondo i ricorrenti, il giudice dell’esecuzione aveva rivelato che la richiesta si basava sul fatto che, in primo grado, i due interessati erano stati assolti dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia per poi essere appunto condannati in appello sulla base di una diversa valutazione della prova dichiarativa, ma senza la dovuta rinnovazione istruttoria, nel senso che relativamente ad una serie di testimoni (che non avevano saputo riferire circostanze rilevanti e la cui deposizione aveva condotto all’assoluzione in primo grado) erano stati valutati come fondamentali per la condanna i verbali delle dichiarazioni rese nelle indagini preliminari. Per la Cassazione, però, la responsabilità di Bruno Nesci quale capo dell’omonimo clan di Fabrizia è stata ritenuta su di una diversa valutazione non dell’apprezzamento di attendibilità (che era stato eguale nei due gradi di giudizio), bensì sull’idoneità delle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia a fornirsi reciproco riscontro. Antonio Montagnese, invece, è stato condannato non in base ad una difforme valutazione della medesima prova dichiarativa in quanto le dichiarazioni dei testimoni non erano state ritenute inattendibili, per cui non vi era alcun obbligo di rinnovazione dell’istruttoria nel processo d’appello. Secondo la Suprema Corte, inoltre, l’incidente di esecuzione non può essere la sede in cui si discettano questioni relative alle fonti dichiarative, atteso che il giudice dell’esecuzione deve limitare il proprio accertamento alla regolarità formale e sostanziale del titolo su cui l’esecuzione medesima è basata. A presentare i motivi d’appello contro la sentenza assolutoria di primo grado del Tribunale di Vibo, ottenendo la condanna in secondo grado di Nesci e Montagnese, era stato l’allora pm della Dda di Catanzaro Giampaolo Boninsegna. La Cassazione con precedente verdetto ha inoltre confermato nella medesima operazione “Domino” la condanna a 10 anni di reclusione a testa per Antonio Dessì e Domenico Audino, entrambi di Locri e ritenuti responsabili del tentato omicidio ai danni di Bruno Nesci consumato nel 2004 a Fabrizia su mandato del clan avversario dei Mamone (sempre di Fabrizia). Per Audino e Dessì si tratta della seconda condanna dopo quelle rimediate nel processo per l’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno. In tale processo (omicidio Fortugno) Audino è stato condannato alla pena dell’ergastolo.    LEGGI ANCHE:  ‘Ndrangheta: operazione “Helvetia”, presunto boss di Fabrizia lascia il carcere

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