L’ INCHIESTA | Le mani dei clan sul calcio nel Vibonese

Diverse le realtà sportive su cui la malavita ha puntato per accrescere il proprio consenso sociale. L’ultimo caso riguarda l’indagine “Nemea” e la squadra del Filandari

Diverse le realtà sportive su cui la malavita ha puntato per accrescere il proprio consenso sociale. L’ultimo caso riguarda l’indagine “Nemea” e la squadra del Filandari

Informazione pubblicitaria

Calcio e malavita nel Vibonese. Una costante che si ritrova negli anni, così come nel resto della Calabria, e che non accenna a scomparire. Perché il calcio genera consenso sociale e permette a boss e pezzi di “malacarne” di sentirsi omaggiati dalla popolazione e persino da chi ricopre cariche istituzionali. La cronaca è piena in Calabria di episodi a dir poco sconcertanti – dal minuto di silenzio allo stadio di Locri per l’omicidio nel 1997 del boss Cosimo Cordì sino alla presidenza a Rosarno della locale squadra di calcio affidata negli scorsi anni a Marcello Pesce – ed il Vibonese non è da meno. Gli ultimi elementi sul tema si trovano nella voluminosa inchiesta “Nemea” della Dda di Catanzaro contro il clan Soriano di Filandari. Un’inchiesta condotta sul campo dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia che annotano come quattro degli indagati – per i quali è già stato chiesto il rinvio a giudizio per reati che vanno dall’associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico sino alle estorsioni ed alla detenzione di armi passando per i danneggiamenti – abbiano fatto parte della squadra di calcio del Filandari, formazione che milita nel campionato di terza categoria. Gli investigatori annotano infatti che Marino Artusa (imputato per reati legati agli stupefacenti in “Nemea” e già sotto processo in “Costa pulita” quale soggetto vicino al boss Pantaleone Mancuso) “risulta allenatore della squadra di calcio ove militavano, prima della detenzione, Francesco Parrotta, Luca Ciconte e Giuseppe Soriano”. Luciano Marino Artusa, che i carabinieri indicano nei loro atti come “allenatore” della locale squadra di calcio, lo si ritrova dallo scorso anno nella compagine della “Asd Sporting Filandari” quale responsabile dell’area tecnica della squadra e “assistente arbitri ed ospiti”.                                 

Informazione pubblicitaria

Calcio e malavita, dunque, come già emerso nell’inchiesta “Costa Pulita” sulla squadra di Briatico, ovvero la “A.S.D. Briaticese” che per gli inquirenti sarebbe riconducibile alla “famiglia” Accorinti, con Marco Borello di Briatico, nipote di Antonino Accorinti, accusato di essere il “titolare” solo formale della squadra di calcio “A.S.D. Briaticese” il cui reale proprietario occulto sarebbe, secondo la Dda, Antonio Accorinti (figlio di Antonino). I riscontri dei carabinieri hanno inoltre permesso di accertare che l’A.S.D. Briaticese ha sede a Briatico, in località Solaro “Pal. Accorinti”, ossia nell’abitazione di Accorinti Antonio. Tra i consiglieri di tale società di calcio “figurano le sorelle, Greta e Giorgia, di Accorinti Antonio. Anche la moglie, Lombardo Sonia Lucia, di quest’ultimo ricopriva – sottolineano gli inquirenti – gli incarichi di “segretario” e “cassiere” della squadra di calcio”. Dai dialoghi intercettati, gli investigatori si trovano inoltre dinanzi alla richiesta di affiliazione dell’“A.S.D. Briaticese” alla “Juventus National Academy 2011-2012”. Attraverso la navigazione in internet si scopre infatti che il settore scuola calcio dell’associazione sportiva “A.S.D. Briaticese” era stato realmente affiliato alla “Juventus National Academy 2011-2012”. Per gli inquirenti, l’influenza della cosca Accorinti anche nella gestione della squadra di calcio del paese “può essere interpretata come una forma di espressione del potere esercitato dalla stessa sul territorio”. Da quanto risulta dagli atti dell’inchiesta “Costa Pulita” sarebbe stato lo stesso Antonio Accorinti, infine, a commissionare la predisposizione del timbro tondo recante la dicitura: “A.S.D. Briaticese”.                                                                Infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle squadre di calcio del Vibonese si ritrovano poi anche negli atti dell’inchiesta “Black money” del 2013 che dà infatti conto del “controllo del gruppo mafioso sulla “Nuova Limbadi Calcio”, associazione sportiva calcistica limbadese” e dell’ingerenza nella società sportiva del “Capo Vaticano”. Un controllo che si estende sulle “realtà sportive più significative – rimarcavano i magistrati – in un contesto come quello vibonese dove le squadre di calcio hanno un valore rappresentativo pregnante sulle fasce più giovani della società che ambiscono all’inserimento nelle stesse”. Le vicende rappresentate in “Black money”, divengono pertanto “indicative dell’ingerenza dell’articolazione facente capo a Mancuso Cosmo Michele sulla società sportiva Comprensorio Capo Vaticano” che risulterebbe sotto il “controllo dell’articolazione mafiosa di cui è espressione Papaianni Agostino, fornendo ulteriore manifestazione – sottolineavano gli inquirenti – del condizionamento delle attività amministrative dell’Ente riconosciuta alla consorteria mafiosa”. Tali forme di intervento per la Dda assumono rilevanza “tenuto conto dei finanziamenti erogati dall’amministrazione comunale in favore di una realtà sportiva notoriamente riconosciuta dagli amministratori pubblici, per come acclarato anche dalle affermazioni nel settembre 2002 di un consigliere di maggioranza del Comune di Ricadi”.  Gli investigatori citano quindi un caso emblematico. “L’ingerenza del gruppo mafioso su detta associazione sportiva, fondata sulla diretta interazione tra Papaianni ed il direttivo della squadra di calcio del Capo Vaticano, ha trovato evidenza – sostiene la Dda – nel trasferimento, nella stagione calcistica 2008/2009, di un calciatore alla “Nuova Calcio Limbadi”, associazione sportiva di fatto controllata da Raguseo Giuseppe”, quest’ultimo genero di Cosmo Mancuso. Un episodio, per la Dda, che assurge a manifestazione “del condizionamento dei clan nelle realtà sportive locali”, dando prova del potere delle cosche con “l’infiltrazione in ogni espressione della vita sociale”.                                                                                                                                        Negli anni non sono mancati inoltre incarichi di primo piano da parte di congiunti di boss e malavitosi in altre realtà sportive, come la squadra di calcio di San Gregorio d’Ippona (il cui presidente altri non era che il genero del boss della ‘ndrangheta Rosario Fiarè) e la stessa Nuova Vibonese Calcio (dove il vicepresidente era imparentato con Andrea Mantella ed i Lo Bianco). Una situazione, quella della malavita nel calcio e nelle società sportive calabresi e vibonesi, a dir poco allarmante ed ancora oggi del tutto sottovalutata.   In foto dall’alto in basso: Giuseppe Soriano, Francesco Parrotta, Antonio Accorinti, Cosmo Michele Mancuso