‘Ndrangheta: il superboss di Limbadi Giuseppe Mancuso resta in carcere

La Cassazione respinge i ricorsi finalizzati ad ottenere la liberazione anticipata. Sta scontando 30 anni per omicidio, narcotraffico e associazione mafiosa

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Resta in carcere il superboss dell’omonimo clan di Limbadi, Giuseppe Mancuso, 70 anni, detto “’Mbrogghja”, condannato ad un cumulo di pene pari a 41 anni di reclusione poi ridotti a 30 anni di carcere. La Cassazione ha infatti respinto sia la richiesta di liberazione anticipata c.d. speciale, già rigettata dal Tribunale di Sorveglianza di Ancona, sia l’istanza diretta ad ottenere la detrazione del periodo trascorso in custodia cautelare – ricompreso fra l’1 gennaio 1988 e il 4 novembre 1989 – dalla pena in esecuzione ammontante a 30 anni di reclusione. Giuseppe Mancuso, considerato il numero uno dell’omonimo casato mafioso unitamente allo zio Luigi Mancuso (quest’ultimo fratello del fondatore e patriarca del clan Ciccio Mancuso), nonché personaggio di primissimo piano nel panorama dell’intera criminalità calabrese, è stato catturato dai carabinieri in un casolare di San Calogero nel 1997 dopo un periodo di latitanza per sfuggire all’ordinanza di custodia cautelare del giugno 1993 relativa all’operazione “Tirreno” della Dda di Reggio Calabria. Condannato in primo grado all’ergastolo in Corte d’Assise a Palmi, gli anni di pena finali sono infine passati a 30. E’ stato ritenuto responsabile dei reati di associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, associazione mafiosa (alleato ai Piromalli e ai Molè di Gioia Tauro) e per l’omicidio di Vincenzo Chindamo, episodio criminoso risalente all’11 gennaio 1991 ed inserito nella faida che ha opposto le famiglie dei Chindamo e dei Cutellè di Laureana di Borrello. In precedenza, Giuseppe Mancuso, per fatti compiuti sino al 31 gennaio 1980, ha riportato una prima condanna per il delitto di favoreggiamento personale nei confronti del latitante Michele Cutellè. Il 20 gennaio 2003 è divenuta irrevocabile la condanna rimediata da Giuseppe Mancuso nell’ambito dell’operazione “Count down” della Dda di Milano, dove è stato condannato per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico (eroina) in un arco temporale ricompreso fra il giugno del 1990 e il maggio 1992. Giuseppe Mancuso è il fratello di Rosaria Mancuso, attualmente detenuta per l’autobomba di Limbadi costata la vita al biologo Matteo Vinci. E’ altresì fratello dei boss Diego e Francesco (detto “Tabacco”) Mancuso, attualmente liberi dopo aver scontato le condanne per le operazioni Dinasty, Batteria e Senza Respiro, nonché fratello di Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”, allo stato irreperibile dopo la decisione del figlio – Emanuele Mancuso – di collaborare con la giustizia.        LEGGI ANCHE: ESCLUSIVO | ‘Ndrangheta: “guerra” fra i Mancuso, i perché della fuga del boss in Argentina

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