‘Ndrangheta, le rivelazioni dei vecchi pentiti e il timore di una guerra tra i Mancuso

Cricelli, Servello, i cugini Giampà di Lamezia Terme: le convergenti dichiarazioni che incastrano i killer dell’agguato a Raffaele Fiamingo e Francesco “Tabacco” Mancuso

Cricelli, Servello, i cugini Giampà di Lamezia Terme: le convergenti dichiarazioni che incastrano i killer dell’agguato a Raffaele Fiamingo e Francesco “Tabacco” Mancuso

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L'agguato a Fiamingo e Mancuso: la scena del crimine
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Il timore serpeggiava, la preoccupazione traspariva dalle conversazioni captate dagli investigatori. La fazione opposta a quella di Ciccio “Tabacco” Mancuso temeva una reazione per l’agguato eccellente. Lo si capisce bene rileggendo le intercettazioni, ascoltando i pentiti. Nei giorni seguenti a quel 9 luglio 2003, dopo che due sicari avevano spedito all’altro mondo il boss del Poro, Raffaele “Il vichingo” Fiamingo, nella famiglia Mancuso – e nel piccolo grande cerchio degli accoliti – era un susseguirsi di incontri, mezze parole, mezze rivelazioni. A cristallizzare tutto sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, vecchi e nuovi. Tra i vecchi, già dieci anni fa saltava fuori il quadro in cui era maturato l’agguato con cui era stato quasi ucciso Francesco Mancuso. Nell’ordinanza dell’operazione “Errore fatale” vi sono ad esempio le dichiarazioni dell’imprenditore e collaboratore Domenico Cricelli, il quale, appresa la notizia del fatto di sangue, «si preoccupava – scrive il gip – che potesse scoppiare una guerra di mafia tra il gruppo di Mancuso Diego, dal quale riteneva di essere protetto, ed il gruppo di Mancuso Luni “Scarpuni”». Perché nel frattempo Diego Mancuso era stato scarcerato, e Francesco Piserà, «organico alla consorteria» capeggiata da quest’ultimo, gli confermava che «i responsabili dell’agguato erano Prenesti Totò e Accorinti Peppe». Piserà in quei giorni incontrava Diego Mancuso in campagna, e successivamente raccontava a Cricelli di questo incontro e «dei fatti di Spilinga». E gli avrebbe confidato: «Si parla, insomma, che è stato Totò Prenesti, insomma quello… che ha fatto l’attentato eh… e pure Peppe Accorinti… se mai Dio… se è stato Peppe Accorinti insomma lì la situazione non è bella… perché qua siamo tutti venduti». A preoccupare Cricelli anche il fatto che Accorinti «era un amico sia di Mancuso Ciccio che di Piserà Franco» e non escludeva, quindi, «di poter rimanere anch’egli vittima di un tradimento», ricordando che anche Piserà commentava che, per quanto Ciccio e Diego Mancuso non andassero d’accordo, erano pur sempre fratelli e quest’ultimo avrebbe potuto scatenare una vendetta che avrebbe provocato una guerra. Aggiungeva Cricelli che le ritorsioni di Diego «avrebbero potuto interessare Mancuso Pantaleone, i La Rosa, notoriamente a quest’ultimo assai vicini, e lo stesso Prenesti Antonio, e soggiungeva che, per altro verso, le persone a lui più note vicine a Mancuso Ciccio erano Comito Gaetano, Comerci Nicola e Ripepi Paolo».

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Importanti si rivelano anche le dichiarazioni di un altro collaboratore, Angiolino Servello, il quale avrebbe appreso delle dinamiche dell’omicidio Fiamingo direttamente da Giuseppe Accorinti. È Servello, per primo, a fornire un elemento di novità che verrà suffragato – anni dopo – dalle dichiarazioni di un altro pentito, Raffaele Moscato, ovvero la presenza di un terzo uomo quella sera dell’agguato in compagnia di Fiamingo e Mancuso: Antonio Tripodi di Porto Salvo. Ed è ancora Servello ad affermare, per averlo appreso da Accorinti, che tra i killer vi era «tale Polito Domenico di Briatico»; inoltre Giuseppe “Bandera” Mancuso gli aveva detto che lui ed altri «intendevano vendicare l’omicidio di Fiamingo colpendo proprio Polito, individuato come bersaglio appunto perché facente parte del gruppo di fuoco di Mancuso Cosmo “Michele”». Dato ritenuto confermato anche da una circostanza: gli investigatori, all’epoca, avevano appreso che Polito, per il timore di cadere in un’imboscata, viaggiava «nel cofano di una macchina scortato da Tonino La Rosa». Un altro pentito eccellente che accusa uno dei killer di Fiamingo, in questo caso Antonio Prenesti, è Giuseppe Giampà, figlio dello storico capomafia lametino Francesco Giampà detto “Il professore”. «Nelle estati a partire dal 2004 andavo in vacanza a Tropea, trattandosi di un territorio gestito da amici. Andavamo con la mia famiglia ed amici a Zambrone. In quel periodo ho conosciuto, attraverso Stagno Antonio, la persona di Papaianni Agostino. Mio cugino Pasquale era stato in carcere con Michele Mancuso il quale gli aveva detto che avrebbe potuto rivolgersi a Papaianni in caso di necessità. In quel periodo ho avuto modo di incontrare Antonio da me detto Bandana, perché si presentava sempre con una bandana in testa. In quel periodo era latitante, lo incontravamo di notte in spiaggia, so che veniva ospitato da Papaianni, come da questi riferitomi. Il Bandana si presentava come uomo dei Mancuso e ci disse che si guardava dagli stessi Mancuso perché aveva preso parte al tentato omicidio di Ciccio Tabacco e all’omicidio di Fiamingo. Si guardava, in particolare, dal gruppo di Peppe Mancuso. Mio cugino, parlando del bandana, me lo indicava come un azionista dei Mancuso». Anche un altro pentito lametino, Domenico Giampà, cugino di Giuseppe, il 9 settembre 2016 confermava la circostanza: «Giuseppe mi disse che una notte arrivò, dove si trovava lui a villeggiare nel Vibonese, un latitante, la persona che aveva perpetrato il tentato omicidio… Giuseppe Giampà mi disse che questa persona era vicina a Pantaleone Mancuso Scarpuni che aveva un attrito con Tabacco».

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