lunedì,Settembre 26 2022

Operazione Anteo: richiesta di condanna della Dda anche per cinque vibonesi

Fra loro, oltre ad Emanuele Mancuso, anche Daniele Cortese di Capistrano, tirato in ballo nei mesi scorsi dal presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra che aveva chiesto spiegazioni alla Prefettura di Vibo su alcuni legami fra amministratori e personaggi noti alla giustizia

Operazione Anteo: richiesta di condanna della Dda anche per cinque vibonesi
Nel riquadro Emanuele Mancuso

Arrivano le richieste di condanna per gli imputati dell’operazione antimafia denominata Anteo e fra loro ci sono anche cinque vibonesi. Le richieste di condanna sono state formulate dal pm della Dda di Catanzaro, Debora Rizza, nel processo che si sta celebrando dinanzi al gup distrettuale Antonella De Simone. La richiesta pena più alta per i vibonesi è stata formulata dal pubblico ministero nei confronti di Daniele Cortese, 32 anni, di Capistrano, accusato di narcotraffico, armi ed estorsione; 6 anni di reclusione sono stati chiesti nei confronti di Giuseppe Soriano, 31 anni, di Pizzinni di Filandari, con contestazioni inerenti agli stupefacenti; 6 anni e novemila euro di multa la richiesta per Mirco Furchì, 29 anni, di Mandaradoni di Limbadi, accusato del reato di tentata estorsione aggravata; 6 anni ed 8 mesi sono stati chiesti per Fortunato Demasi, 47 anni, di Simbario, per reati legati agli stupefacenti, avvinti dal vincolo della continuazione; 3 anni e 6 mesi per Emanuele Mancuso, 34 anni, di Nicotera, attuale collaboratore di giustizia, che risponde per i reati legati agli stupefacenti, alle armi e ad un’estorsione. [Continua in basso]

Giuseppe Soriano

Queste le altre richieste di pena: 7 anni e 4 mesi per Raffaele Andreacchio, 44 anni, di Guardavalle (droga); 14 anni per Anthony Salvatore Catanzariti, 26 anni, di Olivadi (droga e furto); 10 anni Vito Chiefari, 37 anni, di Torre Ruggiero (estorsione e altri reati); 9 anni e 4 mesi Giuseppe Corapi, 39 anni, di San Sostene (droga e violazione della sorveglianza); 3 anni e 4 mesi Gregorio Corrado, 33 anni, di Centrache; 20 anni Damiano Fabiano, 31 anni, di Cardinale (droga con ruolo direttivo dell’associazione, armi, ricettazione e furto); 20 anni Giuseppe Fabiano, 38 anni, di Centrache (droga con ruolo direttivo dell’associazione, armi, ricettazione, estorsione aggravata, furto); 15 anni Francesco Fabiano, 26 anni, di Chiaravalle (droga, ricettazione e furto); 9 anni Domenico Giorgi, 26 anni, di Benestare (droga); 16 anni Domenico Giorgio, 42 anni, di Chiaravalle Centrale (droga, armi, evasione, furto); 14 anni Salvatore Macrì, 34 anni, nativo del Canada (droga); 7 anni Giuseppe Marchese, 34 anni, di Chiaravalle Centrale; 11 anni Michele Matarese, 46 anni, di Montepaone (droga ed evasione); 15 anni Gianluca Minnella, 27 anni, di Bovalino (droga ed estorsione aggravata); 10 anni Mirko Pironaci, 37 anni, di Montepaone (droga); 12 anni Antonella Procopio, 36 anni, di Centrache (droga e furto); 4 anni Bruno Procopio, 31 anni, di Ardore; 10 anni e 6 mesi Antonio Puntieri, 32 anni, di Olivadi (droga); 10 anni Roberto Venuto, 44 anni, di Olivadi.
Le richieste di condanna sono scontate di un terzo per via della scelta del rito abbreviato da parte degli imputati.

Le accuse a vario titolo sono quelle di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata dal metodo mafioso mafioso, ricettazione, detenzione e porto abusivo di armi anche clandestine e da guerra, detenzione di materiali esplodenti e furto. In particolare. Il basso ionio catanzarese era divenuto, secondo la ricostruzione della Procura, uno snodo nevralgico per il traffico di stupefacenti proveniente dalla provincia di Reggio Calabria e dal Vibonese. [Continua in basso]

Le accuse per i vibonesi

Emanuele Mancuso

L’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di cocaina, marijuana, eroina, hashish e sostanze psicotrope viene contestata, fra i vibonesi, ad Emanuele Mancuso, 33 anni, di Nicotera (attuale collaboratore di giustizia) ed a Daniele Cortese, 31 anni di Capistrano. I due – secondo l’accusa – sarebbero stati “uno dei principali e costanti canali di rifornimento degli stupefacenti del tipo cocaina e marijuana”, dell’associazione dei “fratelli Fabiano” di Cardinale e Chiaravalle Centrale e sono accusati di aver curato le trattative relative alle cessioni delle sostanze stupefacenti, gestendo i crediti che ne derivavano e i relativi pagamenti, coordinando dal 2017 il trasporto e la consegna degli stupefacenti dalla provincia di Vibo Valentia a quella di Catanzaro. Ad Emanuele Mancuso e Daniele Cortese viene quindi contestata la cessione di sostanze stupefacenti in diverse occasioni, mentre in data antecedente e prossima al 3 marzo 2018 Emanuele Mancuso è accusato di aver detenuto e poi ceduto due armi da fuoco, fra cui una pistola da guerra quale contropartita per una fornitura di sostanza stupefacente. In particolare, dopo aver concordato lo scambio, Damiano Fabiano e Domenico Giorgio sono accusati di aver trasportato in luogo pubblico le armi, ovvero da Chiaravalle Centrale fino a Capistrano, ove le consegnavano a Daniele Cortese, il quale le riceveva per conto di Emanuele Mancuso – si legge nel capo di imputazione – e che, comunque, successivamente le acquistava versando allo stesso Emanuele Mancuso la somma simbolica di un euro e le trasportava da Capistrano fino a luogo imprecisato”.Estorsione aggravata dal metodo mafioso è quindi l’accusa nei confronti di Emanuele Mancuso che avrebbe minacciato Damiano Fabiano mediante messaggi telefonici e si sarebbe poi recato improvvisamente, in data 3 marzo 2018, unitamente a Daniele Cortese, presso l’abitazione dello stesso Damiano Fabiano, in tal modo costringendolo a versare parte del denaro dovuto per l’acquisto di stupefacenti, nonché a permutare una parte del debito, che in quella data ammontava ad euro 21.500,00con alcune armi nella disponibilità del sodalizio “dei fratelli Fabiano”, che venivano successivamente consegnate a Capistrano a Daniele Cortese, nonché con delle attrezzature da macelleria, che venivano asportate lo stesso giorno dall’abitazione di Damiano Fabiano, procurandosi un ingiusto profitto con altrui danno.

I fratelli Giuseppe e Damiano Fabiano sono poi accusati di aver ceduto nel marzo del 2018 ad Emanuele Mancuso un numero indeterminato di ordigni esplosivi, mentre Antonio Cuturello (che ha scelto il rito ordinario) e Mirco Furchì avrebbero intimidito Damiano Fabiano a consegnare la somma di ottomila euro quale debito maturato per l’acquisto di sostanza stupefacente da Emanuele Mancuso, prospettandogli l’eventualità di recuperare il denaro necessario per il pagamento attraverso la commissione di due furti o rapine da perpetrare in altrettante abitazioni individuate da Mirco Furchì e da Antonio Cuturello (quest’ultimo ha scelto il rito ordinario).

Nency Chimirri (compagna di Emanuele Mancuso e che ha scelto il rito ordinario), Daniele Cortese, Emanuele Mancuso e Clemente Selvaggio (quest’ultimo ha scelto il rito ordinario) sono poi accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo l’accusa, avvalendosi della forza intimatrice derivante dall’appartenenza o dalla contiguità alla cosca Mancuso di Limbadi, nonché alla c.d. “famiglia Evalto”, di radicata a Pizzo Calabro, Nensy Chimirri ed Emanuele Mancuso, quali mandanti, Daniele Cortese e Clemente Selvaggio, quali esecutori materiali, con violenza e minaccia avrebbero costretto Damiano Fabiano a consegnare la somma pari a 7.500,00 euro, a fronte di un debito di 8.000,00 euro, maturato per l’acquisto di sostanza stupefacente nei confronti di Emanuele Mancuso.

Clemente Selvaggio (che ha scelto il rito ordinario) è accusato di aver minacciato gravemente Damiano Fabiano, anche attraverso l’esibizione di un’arma da fuoco, ostentando la sua appartenenza alla c.d. “famiglia Evalto”, qualificandosi come il nipote di Evalto Domenico (nonno materno) e come il nipote di Evalto Giuseppe (zio materno) e riferendo esplicitamente a Fabiano Damiano – si legge nel capo di imputazione – di agire al fine di recuperare i crediti insoluti del narcotraffico di Emanuele Mancuso per sostenere le spese processuali e quelle necessarie per gli avvocati e periti balistici, nominati dalla famiglia di Emanuele Mancuso per preparare la sua difesa nel procedimento penale che ha determinato nei suoi confronti l’esecuzione di un provvedimento di fermo nell’ambito dell’operazione c.d. “Nemea”. In tal modo avrebbero costretto Damiano Fabiano ad effettuare il pagamento in due rate della somma dovuta, ovvero il 14 aprile 2018 euro 3.000,00 a Pizzo Calabro nei pressi dello svincolo della Statale 18, e il 25 aprile 2018 euro 4.500,00 a Pizzo Calabro all’interno di una gelateria.

Mirco Furchì

Cessione di sostanze stupefacenti (cocaina) è l’accusa mossa a Fortunato Demasi, mentre Giuseppe Soriano è accusato di aver ricevuto un quantitativo di eroina dai fratelli Fabiano e da Domenico Giorgio.

Il Collegio di difesa

Emanuele Mancuso è difeso dall’avvocato Antonia Nicolini, Daniele Cortese è invece assistito dagli avvocati Sergio Rotundo e Maria Antonietta Iorfida, Fortunato Demasi dagli avvocati Vincenzo Cicino e Domenico Rosso, Mirco Furchì dagli avvocati Francesco Sabatino e Francesco De Luca, Giuseppe Soriano dagli avvocati Daniela Garisto e Diego Brancia. Gli altri legali del collegio di difesa sono: Francesco Muzzopappa, Salvatore Giunone, Antonio Abate, Arturo Bova, Fabio Tino, Anselmo Mancuso, Luigi Aloisio, Domenico Calabretta, Antonio Lomonaco, Eugenio Minniti, Domenico Cortese, Francesco Maida, Piermassimo Marrapodi, Vincenzo Nesci, Gregorio Tino, Francesco Folino, Saverio Loiero, Domenico Chindamo, Alessandro Bavaro, Antonio Femia, Luca Cianferoni, Fulvio Vincenzo Attisani, Giuseppe Riitano, Giovanni Russomanno, Antonio Naso, Vincenzo Savaro. [Continua in basso]

Daniele Cortese e i rilievi del presidente dell’Antimafia

Daniele Cortese

Fra le richieste di pena, una delle più pesanti (15 anni di reclusione) è stata formulata dalla Procura distrettuale nei confronti di Daniele Cortese, il cui nominativo – oltre che da una nostra inchiesta – era stato fatto il 29 giugno scorso anche dal presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra. Il padre di Daniele Cortese – Bruno Cortese –  è attualmente consigliere comunale di Capistrano, nonché pure lui sotto processo nell’operazione Imponimento per il reato di traffico di influenze illecite con l’aggravante mafiosa. Il presidente della Commissione parlamentare antimafia nel suo intervento sul Comune di Capistrano aveva anche ricordato che il 3 giugno scorso il Tribunale collegiale di Lamezia Terme, nell’ambito del processo Imponimento, ha acquisito agli atti le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Emanuele Mancuso, che ha parlato anche dei legami e delle amicizie fra gli amministratori di Capistrano e Daniele Cortese (LEGGI QUI: Morra al prefetto di Vibo: «Indaghi sugli amministratori di Capistrano e sui loro legami compromettenti»

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