Le rivelazioni di Andrea Mantella: quella clinica al servizio dei boss

Per uno scatto di carriera all'interno della clinica di Donnici, nel Cosentino, bastava rivolgersi al boss: "I medici erano a disposizione"

Per uno scatto di carriera all'interno della clinica di Donnici, nel Cosentino, bastava rivolgersi al boss: "I medici erano a disposizione"

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Villa Verde a Donnici
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A “Villa Verde” si considerava praticamente il padrone di casa, al punto che poteva capitare che un lavoratore si rivolgesse a lui per uno scatto di carriera. La struttura sanitaria in questione, come riportato tra l’altro dall’edizione odierna del Quotidiano del Sud, veniva usata dai boss per evitare di scontare in carcere la propria condanna.

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Il “potere” che Mantella esercitava sulla clinica “Villa Verde” di Donnici, nel Cosentino, è contenuto nei verbali della deposizione del pentito che verranno acquisiti agli atti del processo ai vertici della struttura sanitaria. Sul banco degli imputati il professore Gabriele Quattrone di Reggio Calabria, il dottor Franco Antonio Ruffolo di Rogliano, il dottor Massimiliano Cardamone, di Catanzaro, il dottor Arturo Luigi Ambrosio di Castrolibero e Patrizia Sibarelli, moglie di Pasquale Forastefano. Ambrosio appena Mantella arrivò a “Villa Verde” lo avrebbe rassicurato.

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«Mi ha detto – il racconto è di Mantella – che mi sarei trovato bene, che sarei stato trasferito al secondo piano dove sarei stato ancora meglio, mi diceva che non dovevo prendere i farmaci per il trattamento anti-depressivo tanto avrebbe aggiornato personalmente la cartella clinica in modo falso, cioè dando atto della somministrazione dei farmaci». Andrea Mantella, quindi, si rivolge all’imprenditore Domenico Russo presso il quale «feci ricoverare l’auto in conto vendita presso la sua concessionaria. Vendita che avvenne dopo tanto tempo».

Il professionista, sempre secondo quanto rivelato da Mantella, avrebbe chiesto al collaboratore anche orologi di pregio: «Incaricai mia sorella Liberata, moglie di Pasquale Giampà, di comprare un Rolex in oro e acciaio presso la gioielleria Caputo di Lamezia Terme il cui titolare era sotto estorsione da mio cognato e fu pagato 5.000 euro». Insomma, tra il professionista e l’allora boss (oggi collaboratore di giustizia) si sarebbe instaurato un “rapporto speciale”.

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