‘Ndrangheta: processo Nemea, la deposizione dell’imprenditore Castagna

Nel dibattimento a carico del clan Soriano in corso a Vibo ascoltati anche altri sette testi. Ripercorsi diversi attentati fra Filandari e Ionadi
Nel dibattimento a carico del clan Soriano in corso a Vibo ascoltati anche altri sette testi. Ripercorsi diversi attentati fra Filandari e Ionadi
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Il nuovo Tribunale di Vibo

E’ stata la volta ieri di diversi testi dell’accusa nel processo “Nemea” contro il clan Soriano di Filandari in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto dal giudice Tiziana Macrì. Testi come l’avvocato Daniela Castagna, dal febbraio 2016 amministratrice della società del padre, Antonino Castagna, che ha ripercorso alcuni episodi che hanno visto la sua famiglia al centro di attentati come l’incendio di una pala meccanica, gli spari contro un’autovettura e il lancio di una bomba carta nel giardino di casa.
Aspetti sui quali si è soffermato molto più a lungo Antonino Castagna, parte offesa nel processo (assistito dall’avvocato Antonio Porcelli), imprenditore residente a Ionadi con impresa nella zona industriale di Portosalvo, attiva nel ramo della siderurgia. “Abbiamo subìto oltre quindici attentati – ha riferito il teste rispondendo alle domande del pm Annamaria Frustaci – con diversi danni. Ci hanno sparato a pallettoni gli uffici a Portosalvo, poi ci hanno sparato due camion all’interno dello stabilimento. Ho sporto regolare denuncia. Il 5 gennaio 2018  ci hanno incendiato una pala meccanica posta in un terreno di mia proprietà in località Caravizzi di Ionadi dove erano in corso dei lavori su un fabbricato dove abita mia figlia. Abbiamo chiamato i vigili del fuoco, ma i danni alla fine ammontano ad oltre quarantamila euro”. [Continua dopo la pubblicità]

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Antonino Castagna

Quindi le lettere ricevute dal carcere da Leone Soriano. “Ho ricevuto due missive – ha dichiarato il teste – dove in una mi si chiedevano dei soldi, in un’altra venivano lanciate offese alla mia famiglia. Non c’era alcun riferimento alla pala meccanica bruciata e sottolineo di non aver mai avuto alcun rapporto con Leone Soriano. In precedenza, invece, per dei lavori di sbancamento e movimento terra  nei pressi di una struttura edilizia che stavo realizzando, mi sono rivolto per tali opere a Mimmo Soriano e Carmelo Soriano, rispettivamente fratello e nipote di Leone Soriano”. Il teste ha poi dichiarato di non essersi costituito parte civile nel processo nato dall’operazione “Ragno” contro il clan Soriano e di aver conosciuto nel 1993 il boss Antonio Mancuso, residente a Nicotera.

Antonio Mancuso

Con Antonio Mancuso – ha spiegato Castagna – ho avuto solo rapporti lavorativi ed ho effettuato solo lavori regolarmente fatturati. Il fratello Pantaleone Mancuso, detto Vetrinetta, l’ho invece conosciuto e visto nel suo negozio di telefonini che aveva all’epoca a Vibo. Per me era il titolare del negozio di telefonini. Non conosco invece Luigi Mancuso, l’ho sentito solo dai giornali. Non conosco Pasquale Gallone. Una sera hanno invece suonato al citofono di casa. Era Emanuele Mancuso, di cui ho appreso l’identità solo dopo essere entrato in casa. Mi chiedeva di riassumere nella mia azienda Graziano Bartolotta, che era stato licenziato. Risposi che la mia azienda era stata sequestrata e quindi non potevo fare nulla perché erano stati gli amministratori giudiziari a licenziare il dipendente Bartolotta. In un secondo momento, Emanuele Mancuso mi ha inviato due lettere: in una si autoaccusava per la bomba carta lanciata all’indirizzo della mia abitazione, in altra voleva risarcirmi del danno”.

Emanuele Mancuso

Il teste ha quindi negato di aver mai parlato con Emanuele Mancuso dei familiari di quest’ultimo, mentre nel corso della precedente udienza – il 22 gennaio scorso – il collaboratore di giustizia aveva dichiarato: “Antonino Castagna si è presentato a me come membro della cosca Mancuso e mi disse che era intimo di Antonio Mancuso, di Pantaleone Mancuso detto Vetrinetta e diceva di conoscere anche Francesco Mancuso detto Tabacco e di essere legatissimo a Luigi Mancuso. Si sentiva parte della mia famiglia. Andai da Castagna per intercedere per conto della famiglia Bartolotta di Stefanaconi affinchè un componente di tale famiglia, che lavorava per ordine di Pantaleone Mancuso detto Scarpuni nell’impresa di Castagna, non venisse licenziato. Castagna mi disse invece che l’avrebbe licenziato ugualmente per evitare problemi con le misure di prevenzione patrimoniali”. Versioni contrastanti, dunque, quelle dell’imprenditore Antonino Castagna e del collaboratore Emanuele Mancuso che spetterà al Tribunale valutare.

Nel corso del contro esame del teste da parte dell’avvocato Diego Brancia, Castagna ha infine sottolineato di non aver mai avuto contatti con la criminalità organizzata per far fronte a pretese estorsive, altrimenti – ha dichiarato – non avrei subìto diciotto attentati”.

Pantaleone Mancuso

Su alcuni di questi – incendio della pala meccanica – si è soffermato nel corso della sua deposizione anche Nicola Castagna, figlio di Antonino, già imputato e prescritto nel processo “Black money” per il reato di intestazione fittizia di beni in concorso con Giuseppe Mancuso, figlio del defunto boss Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”. In tale contestazione i giudici hanno escluso l’aggravante mafiosa.

Sul banco dei testimoni, quindi, anche Marianna D’Agostino di Limbadi, titolare di una gioielleria a Nicotera e vittima di un furto nella sua attività commerciale avvenuto la notte del 3 gennaio 2018 (contestato dall’accusa ad Emanuele Mancuso), il proprietario della stazione di carburanti nei pressi del bivio per Filandari, Romano Pasqua, vittima di un danneggiamento, e Fortunato La Rocca, verificatore dell’Enel che insieme ai carabinieri ha scoperto il 12 febbraio 2018 un allaccio abusivo che alimentava – secondo l’accusa – l’abitazione di Graziella Silipigni, odierna imputata e moglie del defunto Roberto Soriano.

Giuseppe Soriano

Più lunga, invece, la deposizione di Davide Contartese, titolare del bar “La Perla nera” di Filandari, il quale ha ceduto 300 euro ad Emanuele Mancuso affinchè quest’ultimo li recapitasse a Giuseppe Soriano che si trovava detenuto. Mi sono sentito intimorito – ha affermato Contartese – da Emanuele Mancuso quando mi ha chiesto i soldi per Giuseppe Soriano che era stato arrestato. Sapevo che Emanuele Mancuso era un tipo che alzava le mani e sapevo Giuseppe Soriano si trovava in carcere. Gli diedi trecento euro”. Il teste ha quindi negato di aver mai spacciato stupefacenti insieme a Giuseppe Soriano e di non avere rapporti con lui. “Era un cliente del mio bar, giocava al Gratta e vinci e una volta in un solo giorno spese 1.200 euro al gioco. Non conosco Leone Soriano, ma conoscono invece Caterina Soriano e Luca Ciconte”. Davide Contartese, alla domanda del pm Annamaria Frustaci, di indicare chi conosceva della famiglia Soriano, ha però aggiunto pure il nominativo di Francesco Parrotta. “Credevo fosse il cugino dei Soriano – ha affermato il teste – non lo so…”. Prima di lui a  deporre era stato il teste Mario Santoro, proprietario di un terreno a Pizzinni una cui porzione era stata ereditata da un nipote che l’aveva poi ceduto ai Soriano. Sul terreno di Mario Santoro – che in parte non ha confermato il verbale reso agli investigatori il 12 febbraio 2018 – i carabinieri hanno trovato delle armi e dei proiettili occultati che vengono ricondotti al clan Soriano.

Leone Soriano

Gli imputati del processo “Nemea” sono: Leone Soriano, 54 anni, di Pizzinni di Filandari; Graziella Silipigni, 49 anni, di Pizzinni di Filandari, moglie del defunto Roberto Soriano (lupara bianca), fratello di Leone; Giuseppe Soriano, 29 anni, di Pizzinni di Filandari (figlio della Silipigni); Giacomo Cichello, 33 anni, di Filandari; Francesco Parrotta, 37 anni, di Filandari, ma residente a Ionadi; Caterina Soriano, 30 anni, di Pizzinni di Filandari (figlia di Graziella Silipigni); Luca Ciconte, 28 anni, di Sorianello, di fatto domiciliato a Pizzinni di Filandari (marito di Caterina Soriano); Mirco Furchì, 27 anni, di Mandaradoni, frazione di Limbadi; Domenico Soriano, 61 anni, di Pizzinni di Filandari (fratello di Leone Soriano); Domenico Nazionale, 34 anni, di Tropea; Rosetta Lopreiato, 51 anni, di Pizzinni di Filandari (moglie di Leone Soriano); Maria Grazia Soriano, 48 anni, di Arzona di Filandari; Giuseppe Guerrera, 25 anni, di Arzona di Filandari; Luciano Marino Artusa, 59 anni, di Arzona di Filandari; Alex Prestanicola, 29 anni, di Filandari.

L’inchiesta è stata condotta “sul campo” dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia con il coordinamento del pm della Dda di Catanzaro Anna Maria Frustaci. Nel collegio di difesa figurano gli avvocati: Diego Brancia, Daniela Garisto, Giovanni Vecchio, Bruno Vallelunga, Giuseppe Di Renzo, Francesco Schimio, Mario Bagnato, Vincenzo Brosio, Gianni Russano, Salvatore Staiano e Pamela Tassone.

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