Caso Maria Chindamo: al vaglio degli inquirenti una lettera inviata a don Pino De Masi

Il sacerdote ritiene la missiva molto attendibile. La Procura di Vibo alle prese anche con i tabulati telefonici e le riprese degli impianti di videosorveglianza

Il sacerdote ritiene la missiva molto attendibile. La Procura di Vibo alle prese anche con i tabulati telefonici e le riprese degli impianti di videosorveglianza

Informazione pubblicitaria

Una nuova pista per gli inquirenti impegnati nel caso di Maria Chindamo, la donna di 44 anni, di Laureana di Borrello, scomparsa nel nulla il 6 maggio dello scorso anno dopo essere stata aggredita a Limbadi dinanzi al cancello della sua tenuta agricola. Si tratta di una lettera anonima inviata al sacerdote don Pino De Masi, referente di “Libera” per la Piana di Gioia Tauro e parroco della comunità “S. Marina Vergine” di Polistena. La missiva, contenuta in una busta, è stata infilata nella cassetta delle lettere della parrocchia. Su un foglio bianco qualcuno ha fornito in forma anonima delle indicazioni precise che don Pino De Masi – nel corso di un’intervista a Chi l’ha visto andata in onda ieri sera – non ha esitato a definire come “super attendibili”.

La missiva è stata consegnata dal sacerdote al capitano dei carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro per poi essere trasmessa al pm della Procura di Vibo Valentia, Concettina Iannazzo, che si occupa del caso.

Il rapimento, il sangue e la telecamera manomessa. Gli inquirenti hanno da subito escluso il coinvolgimento della ‘ndrangheta nel rapimento di Maria Chindamo e alcuni elementi portano a ritenere quasi certa la presenza di testimoni che hanno assistito all’aggressione ed al successivo sequestro della donna.

Si indaga da tempo anche su un particolare di non poco conto: i sequestratori hanno manomesso l’unica telecamera della zona, quella che avrebbe potuto filmare la presenza e i movimenti di chi ha deciso di prelevare con la forza Maria Chindamo e portarla con sè per farla sparire. Sul luogo del rapimento, ovvero nei pressi del cancello della tenuta agricola della donna, gli investigatori hanno trovato diverse tracce di sangue di Maria Chindamo. Nulla trapela però dagli inquirenti sulla possibilità che alcune tracce di sangue, rinvenute sulla Dacia Duster di Maria, possano appartenere anche ad altre persone ovvero ai suoi sequestratori. Appare certo che la donna ha opposto resistenza prima di essere portata via.

Ad effettuare tutti i rilievi sui diversi mezzi nella disponibilità di alcuni familiari del marito della donna, e non solo, al fine di individuare eventuali tracce biologiche, sono stati i carabinieri del Ris di Messina.

Analisi dei tabulati telefonici. Sulla scrivania del pm Concettina Iannazzo sono finiti pure i risultati dei tabulati telefonici e delle celle di aggancio dei cellulari. Una comparazione necessaria per la ricostruzione degli esatti spostamenti di alcune persone sospettate di aver avuto un ruolo nella scomparsa della commercialista.

Le altre telecamere. Manomessa l’unica telecamera della zona, restano le immagini registrate da altre telecamere che potrebbero aver ripreso qualcosa di importante per la ricostruzione della scomparsa di Maria Chindamo. La prima telecamera è quella dell’impianto di videosorveglianza di un distributore di benzina di Laureana di Borrello che potrebbe aver ripreso il passaggio della Dacia Duster di Maria Chindamo appena uscita di casa la mattina del 6 maggio dello scorso anno per recarsi a Limbadi. Un tragitto che la donna avrebbe compiuto in meno di 15 minuti. Le immagini potrebbero rivelarsi utili per capire se qualche auto abbia seguito Maria sin da Laureana per poi aggredirla dinanzi al cancello della sua tenuta agricola.

La seconda telecamera è quella installata all’interno di una villetta posta quasi dinanzi il cancello di ingresso dell’azienda agricola di Limbadi. Tale telecamera – se attiva – potrebbe aver ripreso qualcosa di davvero importante.

Gli incroci stradali fra Limbadi e Nicotera non sono invece video-sorvegliati e questo rende più difficile il lavoro di ricostruzione degli investigatori. Appare certo, in ogni caso, che alle ore 7,26 Vincenzo Chindamo, fratello di Maria, ha ricevuto una telefonata dall’operaio con il quale la sorella aveva appuntamento in campagna, il quale ha informato i familiari della donna del ritrovamento dell’auto di Maria dinanzi al cancello con evidenti tracce di sangue lungo la fiancata. L’aggressione deve quindi per forza di cose essere avvenuta in un arco temporale ricompreso in non più di dieci minuti, fra le ore 7:05 e le 7:15 del 6 maggio 2016.

L’auto bruciata. Nulla trapela dagli inquirenti anche in ordine al rinvenimento lo scorso anno, a pochi giorni dalla scomparsa di Maria Chindamo, della carcassa di una Fiat Punto ritrovata completamente carbonizzata nei pressi di un corso d’acqua ricadente nel comune di Serrata. L’auto è risultata rubata e si cerca di capire se sia stata vista circolare nei pressi dell’azienda agricola di Limbadi nel giorno della scomparsa di Maria Chindamo o nei giorni precedenti.

Il suicidio del marito ed il messaggio su facebook. Altro particolare non trascurato dagli inquirenti è quello relativo all’inquietante coincidenza temporale fra la scomparsa di Maria ed il suicidio del marito Ferdinando Punturiero, avvenuto esattamente un anno prima, cioè il 6 maggio 2015. La relazione fra i due era finita da tempo. La Procura di Vibo, con il pm Concettina Iannazzo, è quindi impegnata ad esplorare anche l’ambito strettamente privato e familiare di Maria Chindamo che, una settimana prima del rapimento, sulla sua pagina facebook personale aveva riportato una frase di Oriana Fallaci: “Il coraggio è fatto di paura…”. Che Maria Chindamo temesse qualcosa o qualcuno è uno degli interrogativi principali a cui gli inquirenti sono chiamati a dare risposte. La certezza, al momento, è che chi ha voluto la morte della donna – o per dirla con le parole del procuratore Mario Spagnuolo “si è voluto sostituire a Dio” – non ha lasciato nulla di intentato al caso.