Carattere

Per i delitti di Fioravante Abbruzzese ed Eduardo Pepe, condannato a 20 anni di reclusione il pentito Tonino Forastefano. Assoluzione pure per Andrea Martucci

Cronaca

Due assoluzioni ed una condanna. Questa la sentenza del gup distrettuale di Catanzaro, Antonio Battaglia, nel processo celebrato con rito abbreviato per il duplice omicidio di Fioravante Abbruzzese, ritenuto a capo dell’omonimo clan degli zingari, e di Eduardo Pepe, avvenuto il il 3 ottobre del 2003 a Cassano allo Jonio. Assolti il vibonese Bruno Emanuele, 45 anni, ritenuto il boss indiscusso dell’omonimo clan attivo a Gerocarne, Ariola e Sorianello, e , Andrea Martucci, 37 anni, di Cassano allo Jonio. Condannato invece a 20 anni di reclusione Tonino Forastefano, l’ex boss di Cassano allo Jonio passato fra le fila dei collaboratori di giustizia e che aveva stretto una solida alleanza con il clan vibonese degli Emanuele.

Il pm della Dda di Catanzaro, Domenico Guarascio, aveva chiesto la condanna all’ergastolo per Antonio (Tonino) Forastefano (in foto in basso) difeso dall’avvocato Claudia Conidi, ed anche nei confronti di Andrea Martucci, difeso dall’avvocato Nicola Rendace, accusato di aver seguito gli appostamenti per verificare le abitudini delle vittime.

Secondo l’accusa, Tonino Forastefano avrebbe procurato l’autovettura, una Lancia Thema, e le armi utilizzate per compiere l’agguato. Sempre lo stesso boss avrebbe anche guidato l’auto e, una volta vista sopraggiungere la Smart con a bordo Pepe e Abbruzzese, l’avrebbe affiancata lampeggiando mentre i suoi complici avrebbero esploso numerosi colpi in direzione delle vittime.

Il vibonese Bruno Emanuele (il primo in foto), a capo dell’omonimo clan delle Preserre vibonesi e difeso dagli avvocati Giuseppe Di Renzo e Giancarlo Pittelli (quest’ultimo sostituito in udienza dall’avvocato Enzo Galeota), era accusato di aver aperto il fuoco contro le vittime designate nell’ambito di uno scambio di favori con il clan di Tonino Forastefano.

La richiesta di condanna all’ergastolo nei confronti di Antonio Forastefano era stata avanzata senza la richiesta di alcuna attenuante per i collaboratori di giustizia. Circostanza non da poco in ordine alla credibilità dello stesso imputato, tanto che la pubblica accusa aveva invece chiesto l’assoluzione per Bruno Emanuele, pur chiamato in causa nel fatto di sangue dalle “confessioni” di Forastefano.

Il fatto di sangue. L’omicidio era avvenuto il il 3 ottobre del 2003. Un’esecuzione che, secondo la Dda di Catanzaro, rientrava in “una complessa strategia criminale stragista volta ad assicurare l’egemonia in tutto il territorio della Piana di Sibari del nuovo gruppo ‘ndranghetistico facente capo alla famiglia Forastefano, eliminando aderenti alla cosca Abbruzzese”. L’agguato era avvenuto a lungo la strada provinciale Cassano-Lauropoli, quando killer con il volto coperto avevano aperto il fuoco con un fucile, una doppietta calibro 12, e una pistola calibro 9.19, caricata a proiettili 9.21.

Il colpo di grazia sui rivali sarebbe spettato al boss Forastefano che, sceso dalla macchina, avrebbe esploso contro Pepe e Abbruzzese due colpi con la pistola 9×19. Oltre all’accusa di omicidio, ai tre imputati venivano contestati anche la detenzione illegale di armi e la ricettazione, essendo l’auto usata per gli omicidi proveniente da un furto. Condotta pluriaggravata perchè effettuata per agevolare le attività di un’associazione di stampo mafioso. Nel corso del processo era stato sentito pure il collaboratore di giustizia Samuele Lovato, ex braccio-destro mdi Tonino Forastefano. 

Pena definitiva per Bruno Emanuele, confermato l’ergastolo

Processo “Luce nei boschi”, 14 condanne in Appello

‘Ndrangheta: “Luce nei boschi”, scarcerato Franco Idà

 

Seguici su Facebook