‘Ndrangheta: beni confiscati a Maurizio Tripodi, cugino dei Vallelunga

La Cassazione respinge il ricorso del 61enne originario di Mongiana e della moglie di Simbario
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La Corte di Cassazione
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Restano confiscati alcuni beni riconducibili a Maurizio Tripodi, 61 anni, originario di Mongiana ma residente a Soverato Superiore. Si tratta del cugino del defunto boss di Serra San Bruno, Damiano Vallelunga (ucciso dinanzi al Santuario di Riace nel settembre 2009), e viene ritenuto un esponente di vertice del clan Sia-Procopio-Tripodi operante nell’area ionica soveratese ma in stretto collegamento con i “Viperari” delle Serre, cioè i Vallelunga di Serra San Bruno. La sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha infatti respinto il suo ricorso unitamente a quello della moglie Lucia Tassone, 57 anni, di Simbario, e di Luigina Tripodi, di 34 anni, avverso il decreto di confisca emesso dalla Corte d’Appello di Catanzaro il 17 aprile 2019. Si tratta in particolare di un immobile sito a Soverato in via Ettore Sgrò, acquistato nel 1996 da Tripodi e dalla moglie, e di due autovetture immatricolate nel 2011 e nel 2012 ed intestate a Luigina Tripodi. Per i giudici, i redditi dichiarati dai Tripodi-Tassone non sono idonei a giustificare i beni acquistati e gli investimenti societari accertati. [Continua]

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A Maurizio Tripodi è stata applicata il 14 giugno 2012 la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno per cinque anni per essere soggetto indiziato di appartenere alla ‘ndrangheta. Tripodi, arrestato già nel 1990 per associazione mafiosa, viene ritenuto un soggetto pericoloso per “l’intero percorso esistenziale” e l’intera carriera criminale è stata ricostruita dal Tribunale e dalla Corte d’Appello sin dal 1968, quando ancora era minorenne, spiegando la perimetrazione temporale della pericolosità sociale. Il 10 maggio 2012 Maurizio Tripodi è stato inoltre arrestato nell’ambito dell’operazione denominata “Showdown” e successivamente condannato in primo grado a 12 anni e 6 mesi di reclusione, pirchè ritenuto colpevole, tra l’altro, di associazione mafiosa. La condanna è stata confermata in appello.  

L’omicidio Todaro. Maurizio Tripodi è stato anche condannato in appello e Cassazione a 20 anni di reclusione per l’omicidio e l’occultamento del cadavere di Giuseppe Todaro, scomparso il 22 dicembre 2009 a Soverato. Il delitto è stato inquadrato nella nuova guerra di mafia, impropriamente denominata “Faida dei boschi”, e sarebbe stato commesso da Tripodi in collaborazione con il defunto boss di Soverato Vittorio Sia.

Secondo le indagini, il movente della scomparsa di Todaro sarebbe da ricondurre al tentato omicidio di Vittorio Sia avvenuto nella serata del 21 dicembre 2009. Proprio Vittorio Sia avrebbe organizzato l’immediata reazione contro Todaro, ritenuto, insieme a Pietro Chiefari (che sarà poi assassinato il 16 gennaio del 2010), l’autore dell’agguato. Vittorio Sia si sarebbe avvalso della collaborazione di Michele Lentini, Maurizio Tripodi, del defunto Agostino Procopio e di Davide Sestito, cognato di Giuseppe Todaro. Vittorio Sia – ritenuto il boss di Soverato – è stato poi ucciso il 22 aprile 2010 con sessanta colpi di kalashinikov mentre si trovava a bordo di uno scooter a Soverato Superiore.