Giuseppe Karol Benedetto: il bimbo mai nato che non avrà mai giustizia

Arriva da Vibo Marina una storia di ordinaria malagiustizia che ha richiesto sette anni per definire il primo grado del processo a carico del medico finito sott’inchiesta e poi assolto. Finché non subentra la prescrizione

Arriva da Vibo Marina una storia di ordinaria malagiustizia che ha richiesto sette anni per definire il primo grado del processo a carico del medico finito sott’inchiesta e poi assolto. Finché non subentra la prescrizione

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«Aspettavamo un bambino. Un figlio maschio, dopo aver atteso e sperato tanto…». Per Elga, quel bambino che non può tenere tra le braccia, è uno squarcio al cuore. Antonio, suo padre, ricorda: «Mi chiesero se volevo vederlo. Dissi di sì. Lo portarono davanti a me, era nudo, su un carrello d’acciaio. Lo guardai, poi mi voltai e mi misi a piangere».

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Il bambino mai nato, morto prima di aprire gli occhi al mondo, si sarebbe chiamato Giuseppe Karol Benedetto. Giuseppe, come il nonno. Karol e Benedetto, come i Papi, i primi ministri in terra di un Dio nel quale questi genitori – Antonio D’Angelo ed Elga Gulone, di Vibo Marina –  malgrado tutto, non hanno mai smesso di credere. 

Che sia stato vittima di malasanità non si può dire. Che la sua, però, sia una storia di malagiustizia, sì. E non perché il medico imputato sia stato assolto. Ma perché per celebrare solo il processo di primo grado per la morte di un bambino ci sono voluti quasi sette anni. Inutile, con la prescrizione del reato che incombe, appellare. «Che giustizia è quella che manda in prescrizione i reati che persegue o deve giudicare fino al terzo grado?», si chiedono papà Antonio e mamma Elga (in foto), che hanno altri  figli ma non dimenticano quel bimbo mai nato.

Giuseppe Karol doveva nascere il 25 maggio del 2010, a Catanzaro. La ginecologa, in una clinica di Lamezia Terme, sottopose Elga ad una visita. Raccontano, Antonio e Elga, di aver percepito la sua preoccupazione. Ma alle loro reiterate domande, «Dottoressa, è tutto a posto? Dobbiamo fare qualcosa? Ci dobbiamo preoccupare?», la risposta fu ripetuta e rassicurante: «E’ tutto a posto, potete stare tranquilli, ci vediamo domani al Pugliese per il ricovero».

Il giorno della gioia, divenne però il giorno del dolore più cupo. Elga fu sottoposta ad un tracciato, più volte. Il macchinario funzionava, era il battito che non c’era. Così le disse la dottoressa. «Mi raggiunse un infermiere – ricorda Antonio – mi disse di correre subito in reparto. Ci andai e la dottoressa mi disse “Vostra moglie non vuole capire che il bambino è morto”…». 

Il dolore, il trauma, il dubbio, atroce, che se fossero stati colti i segnali del feto, il giorno prima, forse Giuseppe Karol Benedetto oggi andrebbe a scuola. Dolore a dolore: il parto per mettere al mondo un bimbo senza vita. L’autopsia, dopo la denuncia ai carabinieri. E a distanza di tempo, molto, tempo, l’iscrizione del medico sul registro degli indagati. Quindi, la richiesta di giudizio. Ed il processo, lungo, lunghissimo: «Per cinque anni – spiega Elga – un’udienza all’anno». 

La dottoressa è assolta. Innocente per il giudice di Lamezia Terme che ha pronunciato la sentenza di primo grado in un procedimento dai tempi biblici. Questo processo, secondo i genitori, poteva e doveva chiarire, oltre ogni ragionevole dubbio, perché quel bambino che desideravano oggi non c’è. Inutile il secondo, inutile il terzo grado. 

Cosa resta allora? «Rabbia – continua Elga – perché ne ho viste troppe madri, in questi anni, nella mia stessa situazione». «Rabbia – dice Antonio (in foto) – perché la giustizia doveva occuparsi della morte di un bambino, di mio figlio, e se ci impiega sette anni per una sentenza di primo grado che giustizia è?». 

E cosa resta, poi? «Il pensiero, sempre – conclude Elga – nei giorni delle feste, al primo giorno di scuola, tutti i giorni guardando gli altri miei figli».