L’ex amministratore commenta il verdetto del processo d’appello nato dall’inchiesta Petrolmafie che riguardava anche i presunti condizionamenti dell’ente intermedio. Sul suo futuro politico dice: «Prima di ogni valutazione va ristabilito un principio di verità». Attesa per il verdetto del Consiglio di Stato sullo scioglimento del Comune di Stefanaconi
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Ha incassato un’assoluzione con formula piena, “perché il fatto non sussiste”, nel processo d’appello nato dall’inchiesta Dedalo-Petrolmafie, scattata l’8 aprile del 2021, coordinata dalla Dda di Catanzaro ed eseguita dalla Guardia di finanza su ipotesi di reato che andavano da associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, evasione delle imposte e delle accise sui prodotti petroliferi, a corruzione, scambio elettorale politico-mafioso, turbativa d’asta.
Già assolto in primo grado dalle contestazioni mossegli in ordine a presunti episodi di corruzione in atti contrari ai doveri d’ufficio e turbativa d’asta nelle sue vesti di presidente della Provincia, l’ex sindaco di Stefanaconi Salvatore Solano, saluta con sollievo il pronunciamento della Corte d’appello di Catanzaro sul residuo capo d’imputazione, quello in violazione dell’art. 87, del Dpr 570/1960 per “coercizione della libertà degli elettori”, per il quale era stato condannato ad un anno con pena sospesa nel primo grado di giudizio. La Procura di Catanzaro per lui aveva chiesto la condanna ad otto anni di reclusione, ma i giudici di secondo grado hanno azzerato ogni addebito, confermando le precedenti assoluzioni e annullando anche la residua condanna. Un sollievo dal retrogusto amaro, alla luce di cinque anni di autentico calvario giudiziario, come ci ha detto in questa intervista.
È stato assolto “perché il fatto non sussiste”: una formula ampia che non lascia spazio a interpretazioni. Tuttavia lei, a caldo, ha commentato che questo verdetto, più che fare giustizia, certificherebbe un’ingiustizia subita…
«L’unica vera certezza che ho sempre avuto è stata quella della mia innocenza. Tuttavia, sin dal primo momento, ho avuto la netta percezione di essere diventato un obiettivo. Alla luce dei fatti - quelli reali - non riesco a trovare un’altra spiegazione. In questo senso la piena assoluzione su tutti i capi d’accusa certifica l’ingiustizia che ho subito, un’ingiustizia che neppure questo verdetto liberatorio può cancellare. La sofferenza è stata profonda e, ancora oggi, ripensare a ciò che ho vissuto provoca un dolore che non si esaurisce con una sentenza».
Insieme a lei, a processo sono finiti alcuni dipendenti provinciali, anche loro assolti. Come interpreta questo dato guardando alla sua esperienza amministrativa alla guida dell’Ente?
«La ferita più profonda è stata vedere infangato il lavoro serio e onesto di un’intera amministrazione. Non è stato colpito solo il mio nome, ma l’impegno quotidiano di tanti dipendenti che hanno operato con rigore, trasparenza e senso dello Stato. Sotto la mia presidenza la Provincia ha intrapreso un percorso virtuoso e concreto: abbiamo approvato il bilancio dopo otto anni di paralisi, programmato e reperito risorse con uno sguardo fino al 2029, restituito dignità ai lavoratori superando il part-time che per troppo tempo aveva rappresentato una condizione ingiusta. Ho mantenuto ogni impegno assunto, senza mai favorire nessuno. Eppure proprio su questo si è tentato di costruire sospetti e ombre. Oggi la sentenza non restituisce solo una verità giudiziaria: restituisce dignità a un’azione amministrativa limpida e a persone che hanno servito le istituzioni con correttezza. Resta, però, l’amarezza per il fango gettato su ciò che è stato fatto nell’interesse esclusivo della comunità».
Non ha nulla da rimproverarsi rispetto a quella stagione?
«Certamente avrei voluto portare a compimento quanto programmato. Durante il mio mandato avevo provato a costruire una nuova idea di sviluppo, fondata su una visione strategica e non limitata alla sola gestione dell’ordinario. Quella visione non era un’astrazione, ma si traduceva in progetti concreti, come quelli presentati nell’ambito dei Cis, che delineavano un’idea di futuro per l’intero territorio. Forse proprio da lì si sarebbe dovuto ripartire per ambire a qualcosa di più, per superare la logica dell’amministrazione quotidiana e restituire centralità alla programmazione. È questo il metodo che ho seguito e i risultati raggiunti sono a mio avviso evidenti e difficilmente contestabili. Penso, ad esempio, alla variante di Caria, il cui iter è stato sbloccato durante la mia amministrazione e che oggi è prossima all’apertura. Mi auguro che possano trovare compimento anche la Tangenziale est, per la quale avevamo reperito sette milioni di euro, e la Strada del mare, il cui percorso era stato avviato in quegli anni».
Le contestazioni che le sono state mosse erano riferite, appunto, al suo ruolo di presidente della Provincia ma hanno avuto ripercussioni anche sull’Amministrazione comunale di Stefanaconi, sciolta per presunte infiltrazioni mafiose…
«Il caso di Stefanaconi rappresenta, a mio avviso, un unicum a livello nazionale. Si è giunti allo scioglimento di un Comune sulla base di contestazioni che avrebbero riguardato, in realtà, un contesto amministrativo diverso, quello provinciale. Al di là dei dettagli, che saranno oggetto di valutazione nelle sedi competenti, ciò che emerge con chiarezza è che mancavano i presupposti sostanziali per un provvedimento così grave. Questo è il dato che si ricava anche dalla stessa relazione della Commissione di accesso agli atti, tra travisamenti, accostamenti forzati e ricostruzioni che hanno finito per alterare il quadro reale dei fatti».
Sta dicendo che sono state fatte delle forzature?
«Certo. Colpisce, ad esempio, che nella proposta di scioglimento non sia stata riportata la posizione contraria espressa dal presidente della Commissione di accesso agli atti, pur evidenziata nella relazione prefettizia. Un elemento istruttorio dirimente che, di fatto, non è stato portato all’attenzione del Consiglio dei ministri. È proprio su queste omissioni e su evidenti forzature che si fonda gran parte della nostra contestazione».
L’assoluzione potrebbe incidere, secondo lei, sulla decisione del Consiglio di Stato in ordine al vostro ricorso?
«L’assoluzione piena inevitabilmente incide sul presupposto più rilevante richiamato a sostegno dello scioglimento, ossia quella condanna provvisoria che oggi non esiste più. Ciò sicuramente mi induce a guardare all’udienza del 31 marzo con fiducia: mi aspetto che vengano valutati i fatti nella loro oggettività e che sia applicato il diritto, senza pregiudizi né ricostruzioni distorte. Quando la verità documentale e la verità giudiziaria convergono, non può che emergere una decisione conforme ai principi dello Stato di diritto».
In caso di accoglimento lei tornerà sindaco di Stefanaconi. In caso contrario cosa vede nel suo futuro politico?
«La politica, per me, non è mai stata una scelta occasionale, ma una vocazione naturale. È il modo in cui ho sempre interpretato il mio impegno per il bene comune, fin da ragazzo. Se il Consiglio di Stato dovesse accogliere il nostro ricorso, come auspico, deciderò il da farsi insieme ai miei compagni di viaggio, con senso di responsabilità e rispetto verso la comunità. Resta, però, una ferita profonda nel rapporto con lo Stato. Una vicenda come questa segna inevitabilmente ogni scelta futura».
Nel frattempo un’intera comunità, quella di Stefanaconi, è rimasta come sospesa…
«Ciò che più mi rammarica non riguarda l’aspetto amministrativo, ma gli effetti sociali prodotti dalla gestione commissariale. A mio avviso si sono verificati danni incommensurabili, soprattutto sul piano dell’immagine e della coesione di una comunità che aveva faticosamente costruito un percorso di riscatto, lasciandosi alle spalle un passato difficile. Nel nome di un’apparente legalità si è finito per cancellare un presente fatto di speranza, partecipazione e rigenerazione civile. È una realtà che merita di essere approfondita, compresa fino in fondo, perché la verità non riguarda solo una vicenda personale, ma il destino di un’intera comunità».
A prescindere dalla decisione del Consiglio di Stato, lei e il suo gruppo resterete in campo?
«Il nostro gruppo non nasce oggi e non è il frutto di una stagione politica contingente. Siamo amici da una vita, cresciuti insieme nell’associazionismo, nel volontariato, nell’impegno civico quotidiano. Questo legame umano e valoriale ci rende uniti a prescindere dalle scelte che saremo chiamati a compiere. La priorità, oggi, è l’affermazione piena della verità. Una verità che conosciamo nei suoi retroscena più duri e che riteniamo imprescindibile per qualsiasi prospettiva futura. Senza una ricostruzione limpida e completa di quanto accaduto, un eventuale rinnovato impegno amministrativo rischierebbe di essere svuotato di senso».
Non mi ha detto se si ricandiderà…
«Ripeto. Non si tratta di mancanza di volontà o di responsabilità verso la nostra comunità - che resta un dovere morale - ma della consapevolezza che senza giustizia e chiarezza ogni progetto politico sarebbe fragile, destinato a muoversi su fondamenta incerte. Prima di ogni scelta, dunque, viene la verità. Poi, eventualmente, tutto il resto».


