Il 20 settembre di 17 anni fa Domenico moriva a soli 11 anni. Oggi a ricordarlo, c'è anche l'assenza di mamma Francesca, morta lo scorso maggio. Storia di una famiglia che lotta da anni per la legalità
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Crotone, 25 giugno 2009. Il piccolo Dodò sta giocando a pallone nei campi di calcetto in Contrada Margherita, ma la data non segna una vittoria. Quel giovedì di diciassette anni fa segna l’inizio di un calvario che un bambino di 11 anni non dovrebbe mai sopportare, specie se il risultato sarà un epilogo fatale.
«Quella sera nessuno ha visto; nessuno ha sentito. Come fa lo Stato a fare la sua parte se non la facciamo innanzitutto noi?». La domanda di Giovanni Gabriele, papà di Dodò, resta sospesa.
Bruno Palermo, giornalista accorso sulla scena quella sera, racconta alle telecamere di Francesco Tricoli (qui Primi Piani) come Giovanni, dapprima, pensasse di aver sentito dei mortaretti. Poi il dubbio lascia spazio all'orrore. Il pensiero di Giovanni inizia a vacillare quando vede Dodò a terra. Poi, ogni dubbio sparisce quando solleva la testa del figlioletto e nota la mano intrisa di sangue.
I colpi sparati all’impazzata feriscono dieci persone, ma sono due a rimetterci la vita. Quando Bruno Palermo arriva ai campetti, trova già ambulanza e forze dell’ordine. Poi, una scena raccapricciante: le pettorine grondanti di sangue appese alla recinzione dei campi. Il target, Gabriele Marrazzo, muore sul colpo.
Francesca Anastasio aspetta che marito e figlio tornino a casa. Ma stanno facendo tardi. Troppo tardi. Anzi, non rientrano affatto. Qualcuno le dice di raggiungere l'ospedale di Crotone perché Dodò si è fatto male. Ma Dodò non si è fatto male. Non c’è stato un incidente durante la partita. Non è scivolato. Non è stato colpito accidentalmente da un pallone. Francesca lo capisce quando vede il suo bambino su una barella, con la testa bendata.
La situazione è gravissima. Dopo le prime cure viene trasferito all'ospedale di Catanzaro. Dodò viene sottoposto a importanti interventi. Il suo corpo lotta per 85 giorni. Ottantacinque giorni. Per Giovanni e Francesca, giorni di preghiera, di speranza, di attesa.
Una madre non dovrebbe mai essere costretta a chiedere a Dio di scegliere tra la vita e la morte del proprio bambino. Eppure Francesca lo fa. Chiede che Dodò possa tornare quello di prima, con tutte le sue facoltà, oppure che possa tornare alla casa del Padre, in un posto migliore. Una preghiera terribile e, insieme, un enorme atto d'amore. Perché sopravvivere a un figlio è contro natura. E volere che un figlio sopravviva in condizioni gravi, lo è anche di più.
Il 20 settembre 2009, dopo tre mesi di agonia, il cuore di Dodò si ferma a soli 11 anni.
Bravo a scuola, intelligente, generoso. Era il bambino che aiutava i compagni, quello che aveva ancora davanti tutti i sogni possibili. Amava il calcio e tifava Juventus. Il suo idolo era Alessandro Del Piero. Qualche mese dopo la sua morte, grazie a don Luigi Ciotti, Giovanni e Francesca incontrano Alex Del Piero. Un incontro che nasce dal dolore ma che, per un momento, prova a restituire a quella famiglia qualcosa del bambino che era stato. Più tardi, l’ex capitano bianconero manda anche un videomessaggio ai genitori: «non mi dimentico di voi», dice rivolgendosi a Francesca e Giovanni.
Da allora il calcio, proprio quel calcio che quella sera era stato attraversato dalla violenza, è diventato anche uno strumento di memoria. Ogni anno, sui campetti di Crotone, si torna a giocare per Dodò.
Di quello che sarebbe potuto diventare Dodò non sappiamo nulla. Perché dopo gli 11 anni, per Dodò, non c'è stato più nulla. «Dopo gli hanno spezzato i sogni». È forse la frase che più di tutte restituisce la tragedia di questa storia. «Si sono presi la cosa più grande che avevo», dice Giovanni.
Chi ha ucciso Dodò?
Per quella strage sono stati condannati in via definitiva Andrea Tornicchio e Vincenzo Dattolo, riconosciuti come gli esecutori materiali dell'agguato. La Cassazione ha confermato per entrambi la condanna all'ergastolo nel maggio 2015.
L'obiettivo dei killer era Gabriele Marrazzo. Secondo la ricostruzione investigativa, il Marrazzo era vicino alla cosca Tornicchio e avrebbe intrapreso attività estorsive contro imprenditori di Cantorato, provocando la reazione del gruppo criminale. Le indagini parlarono di un regolamento di conti interno alla criminalità organizzata.
Francesco Tornicchio, indicato inizialmente dagli investigatori come il mandante e fratello di Andrea, è stato invece assolto definitivamente dall'accusa relativa alla strage. Viene comunque condannato all'ergastolo per l'omicidio di Michele Masucci, commesso nel 2007.
Questi gli uomini che hanno portato la 'ndrangheta dentro un campo in cui correvano dei bambini. Ma Giovanni e Francesca non hanno mai trasformato il dolore in vendetta.
Non hanno augurato il male agli assassini di Dodò. Hanno chiesto, però, che la condanna fosse scontata fino in fondo. Perché la pena potesse diventare anche consapevolezza del male commesso. Perché giustizia fosse fatta. «Non devono chiedere perdono a noi. Devono chiedere perdono a Dio e a se stessi. Anche loro, adesso, stanno sprecando le loro vite. Devono capire il male che hanno fatto». Parole che sembrano impossibili da pronunciare quando qualcuno ti ha portato via un figlio. Eppure Francesca e Giovanni hanno scelto un'altra strada: la cultura. «Con la cultura potremo combattere tutte le mafie», ha ripetuto Giovanni negli anni. Significa parlare ai ragazzi, andare nelle scuole, raccontare Dodò. Significa insegnare che la mafia non è qualcosa di lontano, che la criminalità organizzata non riguarda soltanto chi ne fa parte. Significa riconoscere il male e, quando lo si incontra, trovare la forza di rivolgersi alle forze dell'ordine così “Ognuno può fare la propria parte”. Giovanni lo ripete anche perché, rispetto a tante altre famiglie, sa chi ha ucciso suo figlio. Conosce i nomi, conosce la verità processuale. Sa che gli assassini sono stati condannati. E si ritiene addirittura fortunato per questo.
Quest'anno, però, il 20 settembre avrà un dolore in più. Francesca Anastasio è morta l'11 maggio 2026, a 58 anni, a seguito di una malattia. Per anni aveva trasformato la morte di Dodò in una testimonianza quotidiana contro la 'ndrangheta, incontrando studenti, associazioni e cittadini. Adesso Giovanni dovrà continuare anche senza di lei.
Dodò oggi avrebbe 28 anni. Invece è rimasto per sempre bambino. Ma Dodò non è solo il bambino morto su un campo di calcetto. È il bambino che amava il pallone e sognava Del Piero. è il bambino che quella sera si trovava nel posto in cui avrebbe dovuto essere più al sicuro: a giocare. E forse è proprio qui che resta forte una delle frasi più dure pronunciate da sua madre:
«Quando c'è una strage, si dice che le vittime si trovassero nel posto sbagliato. No. È chi spara a essere nel posto sbagliato».
E Francesca, che per 17 anni ha continuato ad aspettarlo, ora non avrà più bisogno di immaginare che il suo bambino varchi la porta di casa per tornare a trovarla. Adesso, come aveva chiesto nelle sue preghiere, lo ha finalmente ritrovato.

