Una piccola edicola votiva, fiori freschi e l’effige della Madonna della Romania. È qui, sulla spiaggia Le Roccette, a Tropea, nel punto esatto in cui il mare ha restituito i resti dilaniati di un migrante, che stamattina si è raccolta la comunità tropeana per una commemorazione semplice ma carica di significato. 

La tragica vicenda dei migranti morti nel Mediterraneo e i cui corpi sono giunti sulle coste dalla Calabria. A Tropea, sede dell’ultimo rinvenimento, questa mattina si è svolta una cerimonia di preghiera proprio per chi ha perso la vita cercando un futuro migliore.

Martedì scorso, a quasi un mese dal ciclone Harry, il più potente degli ultimi decenni, il mare ha restituito sulla spiaggia di Tropea una delle centinaia di vittime che tra il 20 e il 22 gennaio hanno perso la vita nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l’Italia. Ciò che restava di un uomo – o forse di una donna, ancora non si sa – vittima dell’ennesima traversata finita in tragedia. Un corpo senza nome, avvistato per primo dagli studenti del liceo scientifico che si affaccia proprio su quella spiaggia.

Tra i primi ad arrivare sul posto c’era Paolo, volontario della Protezione civile comunale, conosciuto come “Capitan Paolo”.

«Stavo pranzando con mia madre quando ho sentito sirene di ambulanza e polizia. Mi hanno chiamato: “Vai alle Roccette, hanno trovato un morto a mare”».

Arrivato sulla spiaggia, ha trovato carabinieri e guardia costiera alle prese con un recupero difficile. «Il corpo galleggiava a pochi metri dalla riva sballottato da onde alte. Non c’erano mezzi adatti. Ho dato una corda, perché era scivoloso».

Il racconto è crudo, scioccante: «Quando è stato recuperato, c’era solo mezzo corpo. La testa e le braccia non c’erano più». Con un telo, ancora oggi intriso di odore di mare e morte, Paolo ha coperto quel che restava di quella vita spezzata.

La preghiera laica e la catena umana

A una settimana dal ritrovamento, l’associazione Tropearte, guidata da Francesco Femia, ha chiamato a raccolta cittadini, associazioni e membri della comunità migrante del Vibonese.

Un semicerchio silenzioso attorno ai fiori e all’immagine della Madonna della Romania, patrona della città. Una catena umana per circondare simbolicamente quel luogo e restituire dignità a chi non ha avuto neppure un nome.

«Stiamo facendo una cosa semplice ma necessaria – ha spiegato Femia –. Onoriamo chi si è perso nel mare. Quando muore un caro celebriamo la sua vita. Questi migranti, sconosciuti, non hanno nessuno che li onori. Lo facciamo noi».

L’intenzione è quella di ritrovarsi ogni domenica, per un’ora, per riflettere e pregare. «È nata l’idea che il popolo italiano sia indifferente. Qui a Tropea abbiamo scoperto che non è vero».

Il simbolo della Madonna e l’accoglienza

Non è casuale la presenza dell’icona della Madonna della Romania. Secondo la tradizione, l’effige arrivò a Tropea dopo un naufragio, portata dai monaci basiliani scampati alla tempesta. «La Madonna rappresenta questa tradizione – è stato ricordato –. Tropea ha una storia di profughi e di approdi. Oggi come allora».

Accanto ai tropeani, anche Mamadou Drame, presidente dell’associazione dei gambiani della provincia di Vibo Valentia, sopravvissuto a più tentativi di attraversamento. «Eravamo 120, siamo arrivati vivi in 30. La barca era bucata. Questa strada non è facile». Il suo appello è semplice: «Preghiamo per le vittime. E cerchiamo di fermare questa tragedia».

Presenti anche altri immigrati residenti a Tropea, artisti e cittadini del centro storico. «Anch’io sono un’immigrata – ha detto Caitlin Whale –. Qui ho trovato amore. Spero che tutti ricevano lo stesso».

«Tropea è il luogo della spensieratezza estiva – ha aggiunto Caterina Ostone – ma oggi dobbiamo confrontarci con le nostre responsabilità di cittadini del mondo. Un tempo eravamo noi a partire»