Ex militante di Prima Linea, poi figura di vertice dei clan. Le motivazioni della sentenza Factotum raccontano il profilo del presunto boss: la dote mafiosa di Padrino, i legami con le Brigate Rosse e il ruolo di arbitro dei clan al Nord. Per i pentiti è il “ministro” delle cosche di Vibo
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Un uomo capace di attraversare mezzo secolo di storia criminale mantenendo intatto il proprio peso dentro l’organizzazione. Un ex terrorista diventato arbitro mafioso. Riconosciuto dai clan calabresi, temuto nei salotti criminali piemontesi. Nelle motivazioni del processo Factotum, Franco D’Onofrio pare il punto di saldatura tra due stagioni della criminalità italiana: l’estremismo politico armato e la ’ndrangheta imprenditoriale del Nord.
Originario di Mileto, D’Onofrio è una figura di frontiera: ex militante dell’eversione armata di sinistra, uomo di rapine e armi negli anni del terrorismo, poi diventato uno dei riferimenti più autorevoli della ’ndrangheta in Piemonte. Un profilo che gli stessi collaboratori di giustizia descrivono come «eccezionale», capace di tenere insieme due mondi solo apparentemente inconciliabili: la militanza rivoluzionaria e la struttura arcaica della mafia calabrese.
«Il boss dei vibonesi in Piemonte»
Per i giudici, non è un semplice affiliato. È un uomo che «sedeva nel Crimine» torinese, organo deliberativo della ’ndrangheta locale, riconosciuto dai vertici calabresi e dotato di un’autorità che travalica i confini piemontesi. Bartolomeo Arena lo definisce senza esitazioni «il boss dei vibonesi al nord in Piemonte». Andrea Mantella alza il livello della descrizione: «Il ministro della ’ndrangheta, con il grado mafioso di diritto al medaglione... può parlare alla mamma ’ndrangheta, con dote elevatissima».
Dietro quella formula — “diritto al medaglione” — c’è il cuore del potere mafioso. Secondo le sentenze e le dichiarazioni dei collaboratori, D’Onofrio appartiene alla “Società Maggiore” e nel 2008 riceve la dote di “padrino”, uno dei ranghi più elevati della gerarchia ’ndranghetista. Non è soltanto questione di prestigio simbolico: quella dote gli consente di intervenire nei conflitti interni, autorizzare equilibri territoriali, mediare tra famiglie e perfino “sponsorizzare” nuove articolazioni mafiose. Mantella racconta che godeva di un’autorità tale da poter interloquire direttamente con la “mamma ’ndrangheta”, il vertice supremo dell’organizzazione.
Il suo nome, secondo Bartolomeo Arena, era conosciuto fino al Santuario di Santuario di Polsi, luogo divenuto suo malgrado simbolo della ’ndrangheta mondiale. «Se un boss è riconosciuto a Polsi, anche se abita in Piemonte, il suo nome si conosce», spiega il collaboratore. E D’Onofrio, sostiene Arena, «risponde direttamente al Crimine di Polsi».
Il pellegrinaggio nella casa di Moncalieri
La sua centralità emerge soprattutto dalle intercettazioni ambientali raccolte dagli investigatori nella casa di Moncalieri, trasformata — secondo le ricostruzioni processuali — in una sorta di camera di compensazione criminale. Anche agli arresti domiciliari, D’Onofrio continua a ricevere affiliati, emissari, imprenditori e mediatori. Domenico Ceravolo – sindacalista condannato nel processo Factotum e considerato uomo a disposizione dei clan – parla apertamente di un «pellegrinaggio»: davanti alla sua abitazione, racconta, c’era persino «la fila» di persone in attesa di conferire con lui.
La sua storia bastava. I giudici sottolineano come la sola presenza di D’Onofrio fosse sufficiente a piegare debitori e imprenditori. Chi si sedeva davanti a lui conosceva il peso del personaggio: un uomo con alle spalle terrorismo, rapine, armi, condanne definitive per associazione mafiosa nell’operazione Minotauro e perfino un’indagine per l’omicidio del procuratore Bruno Caccia.
Il rapporto con i fratelli Crea
Le intercettazioni restituiscono il tono di quel potere. Anche figure storicamente aggressive come i fratelli Crea (anche per loro, originari del Reggino, proiezioni in Piemonte) mostrano deferenza nei suoi confronti. In una conversazione captata dagli investigatori, D’Onofrio rassicura un interlocutore sulla possibilità di muoversi nel territorio di Moncalieri senza timore di ritorsioni: «Se tu stai bene minchia sono contento già... ma se tu vieni qua a Moncalieri... vieni anche sotto casa mia qua... e prendi e stai bene io sono contento che ti voglio bene».
Franco D’Onofrio, Prima Linea e le amicizie con i terroristi
Ma il tratto che rende il suo profilo quasi anomalo nella storia della ’ndrangheta è il passato nell’eversione armata. Le motivazioni della sentenza ricordano la sua appartenenza a Prima Linea, una delle principali formazioni terroristiche degli anni Settanta. Da quella militanza derivano precedenti per armi e rapine.
Secondo Francesco Oliverio, D’Onofrio era uno ’ndranghetista con «tendenze politiche» e «amicizie negli ambienti del terrorismo di sinistra». Raffaele Moscato racconta che lui e altri soggetti vicini all’eversione compivano rapine per finanziare «atti di terrorismo». Andrea Mantella è più tranchant: «Un estremista».
Eppure quella storia non resta confinata al passato. Gli atti raccontano che D’Onofrio avrebbe riallacciato i rapporti con Cristoforo Piancone, ex militante delle Brigate rosse. In un episodio ricostruito dagli investigatori, Piancone si reca nella casa di Moncalieri e riceve un sostegno economico che il sodalizio mafioso avrebbe poi utilizzato per aiutare la famiglia di un affiliato detenuto.
«Facevamo casini noi per il terrorismo»
È nelle intercettazioni del 5 aprile 2024 che il passato riaffiora in modo più esplicito. D’Onofrio ricorda la comune militanza con una donna chiamata Lucrezia. Le sue parole fotografano un mondo sospeso tra clandestinità politica e violenza armata: «Lucrezia era amica proprio mia e di sua mamma e di mia moglie, facevano casini noi per il terrorismo, un casino... anche sua mamma era terribile...».
Quella biografia — fatta di eversione, rapine e lotta armata — diventa, secondo i pentiti, una credenziale criminale. Francesco Oliverio lo descrive come un «azionista» e un «rapinatore di spessore», esperto di armi e traffici illeciti. Una reputazione che nella ’ndrangheta piemontese si trasforma in prestigio e paura. Il narcobroker oggi pentito Vincenzo Pasquino sostiene che la sua storia criminale «faceva paura».
Eppure il boss che emerge dalle ultime indagini non è più il militante armato degli anni Settanta. È un dirigente prudente. Ordina ai sodali di lasciare i telefoni fuori dalle riunioni, gestisce i rapporti con cautela ed evita di esporsi. Un manager dagli affari oscuri, sospeso tra due mondi apparentemente inconciliabili.



