Nelle quasi 800 pagine delle motivazioni del processo Factotum, il gup di Torino descrive i clan calabresi in Piemonte come una vera «agenzia interinale» capace di infiltrarsi nei subappalti dell’edilizia. Gli incontri nelle sedi della Cisl e i viaggi a Lecce per vedere l’amico in carcere
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
La ’ndrangheta trasformata in una sorta di «agenzia interinale», capace di sfruttare il sistema dei subappalti per infiltrarsi nell’economia legale, soprattutto nel settore edilizio. È uno dei passaggi centrali delle motivazioni con cui il gup di Torino ha motivato le condanne del processo “Factotum”, l’inchiesta che ha ricostruito le ramificazioni delle cosche tra Carmagnola e Moncalieri.
Nelle quasi 800 pagine della sentenza emerge il ruolo delle famiglie legate alla criminalità organizzata calabrese nel controllo della manodopera e nella gestione indiretta di lavori pubblici e privati attraverso imprese intestate a prestanome.
A novembre 2025 il procedimento con rito abbreviato si è concluso con cinque condanne comprese tra 3 anni e mezzo e 11 anni e 10 mesi di carcere. La pena più alta è stata inflitta a Francesco D’Onofrio, condannato in via definitiva per associazione mafiosa e ritenuto figura di spicco della ’ndrangheta piemontese e non solo. Il nome di D’Onofrio è risuonato spesso anche nelle aule di giustizia calabresi: anche le nuove leve mafiose del Vibonese lo ritenevano un “capo”, quasi al livello dei boss della famiglia Mancuso.
Il ruolo del sindacalista Domenico Ceravolo
Al centro delle motivazioni compare soprattutto Domenico Ceravolo, sindacalista della Filca-Cisl, già allontanato dopo gli arresti del settembre 2024 e condannato a 8 anni e 10 mesi per associazione mafiosa.
Il giudice descrive Ceravolo come una figura pienamente inserita nel contesto criminale. «Al di là della professione di volta in volta svolta da Ceravolo – si legge – è emersa chiaramente la sua particolare contiguità ad esponenti di rilievo della criminalità organizzata calabrese, per i quali rappresenta un solido e affidabile punto di riferimento nella gestione delle attività illecite riconducibili al sodalizio criminale di origine vibonese».
Secondo il gup, il sindacalista era «riconosciuto dagli altri esponenti come persona a disposizione della ’ndrina nonché persona affidabile verso la quale nutrono un profondo rispetto».
Nelle carte si sottolinea inoltre come, nonostante i procedimenti giudiziari, Ceravolo «ha continuato a rapportarsi, mostrando e offrendo il suo più totale appoggio e contributo, con quei soggetti appartenenti a tale contesto criminale, nell’assoluta consapevolezza della loro caratura criminale e, soprattutto, della loro appartenenza all’associazione mafiosa».
L’intermediazione della manodopera e i subappalti
L’inchiesta ha documentato una «vera e propria attività di intermediazione di manodopera» esercitata dalle cosche dell’hinterland sud di Torino nei cantieri edili.
Secondo il giudice, gli Arone di Carmagnola «spostavano squadre di lavoratori da un cantiere all’altro» attraverso società formalmente intestate a prestanome.
In questo sistema, Ceravolo avrebbe avuto un ruolo centrale. «Quando è venuto a conoscenza, in funzione della sua attività di sindacalista, di alcuni lavori edili che dovevano essere affidati in subappalto, ha interessato soggetti appartenenti o contigui alla ’ndrangheta, con il fine di permettere alle loro imprese, formalmente o di fatto a questi ultimi riconducibili, di aggiudicarsi il lavoro».
Per il gup, «il sistema ha consentito alla cosca di ottenere utili e vantaggi senza dover correre i rischi derivanti dall’infiltrazione nel sistema degli appalti». Le imprese aggiudicatarie, infatti, «talvolta cedevano quote di lavori ad aziende indicate dal sodalizio, talaltra ricorrevano a manodopera specializzata che il sodalizio stesso mobilitava, riconoscendo compensi ai vertici dell’associazione».
Gli incontri nelle sedi del sindacato
La sentenza dedica ampio spazio anche agli incontri avvenuti nelle sedi della Filca-Cisl di Torino e Carmagnola, dove Ceravolo avrebbe ricevuto diversi soggetti legati alle cosche.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il sindacalista avrebbe anche effettuato tre viaggi a Lecce, dove tra il 2021 e il 2022 era detenuto Francesco D’Onofrio. Viaggi sostenuti economicamente dal sindacato, oggi parte civile nel processo.
Le motivazioni sottolineano il rapporto strettissimo tra i due uomini. Per il giudice «non ci sono dubbi sul vincolo associativo che lega Ceravolo e D’Onofrio, dal momento che soggetti terzi si rivolgono al primo per poter conferire con il secondo, riconoscendo il suo ruolo di intermediario».
Il gup definisce inoltre «pacifico» che il sindacalista «frequenti in maniera costante D’Onofrio, per conto del quale gestisce anche determinati rapporti ed organizza incontri», nonostante nelle indagini non compaiano telefonate dirette tra i due.
Il processo Rinascita-Scott e il tentativo di screditare Mantella
Un ulteriore capitolo riguarda il processo “Rinascita-Scott” celebrato a Vibo Valentia. Nel febbraio 2023 Ceravolo venne chiamato a testimoniare, una deposizione che successivamente gli costò un’indagine per falsa testimonianza.
Anche in quel caso, secondo quanto riportato nella sentenza, il viaggio sarebbe stato pagato dalla Cisl.
«Poco prima di partire verso l’aeroporto di Caselle per recarsi a Vibo Valentia e subito dopo essere rientrato da quella città – scrive il gup subalpino – Ceravolo ha fatto visita a Francesco D’Onofrio».
Secondo gli inquirenti, dietro quei contatti vi sarebbe stato un «tentativo di screditare il collaboratore Mantella con il fine, più generale, di renderlo inattendibile».
Il collaboratore di giustizia Andrea Mantella, infatti, «aveva reso dichiarazioni che li riguardavano personalmente e che avrebbero potuto compromettere l’operatività del sodalizio».




