Il blitz di Finanza e Polizia condotto da oltre 100 militari e agenti in Lombardia, Toscana e Calabria. Secondo l’accusa il gruppo criminale proponeva rendimenti mensili con una sorta di schema Ponzi. Nel filone calabrese dell’inchiesta le accuse più gravi: minacce di morte e pestaggi
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C’è anche la provincia di Vibo Valentia tra i territori interessati dall’operazione condotta dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia di Stato di Bergamo nell’ambito di un’inchiesta su un presunto sistema di investimenti abusivi, truffe, riciclaggio e autoriciclaggio. Un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip nei confronti di nove soggetti dimoranti nelle province di Bergamo, Brescia, Firenze, Mantova, Monza Brianza e, appunto, Vibo.
Il filone calabrese riguarda, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il presunto intervento di due persone che sarebbero state utilizzate per esercitare pressioni sulle vittime, sia per ottenere ulteriori somme di denaro sia per scoraggiarle dal rivolgersi alle forze dell’ordine.
L’ipotesi investigativa e il sequestro da oltre 1,6 milioni
Gli indagati sono ritenuti, a vario titolo, responsabili dei reati di associazione per delinquere finalizzata all’esercizio abusivo dell’attività di investimento, truffa, formazione fittizia di capitali e reati tributari, oltre che riciclaggio e autoriciclaggio.
Contestualmente all’esecuzione delle misure cautelari, nei confronti di alcuni indagati e delle società a loro riconducibili è stato eseguito anche un decreto di sequestro preventivo per equivalente finalizzato alla confisca, per un valore complessivo superiore a un milione e seicentomila euro.
L’operazione nasce da una articolata attività investigativa condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Bergamo e dalla Squadra mobile della Questura di Bergamo. Secondo l’impianto accusatorio, sarebbe stata accertata l’esistenza di una organizzazione criminale strutturata e ramificata nelle province di Bergamo, Arezzo, Brescia, Firenze e Lecco, dedita alla commissione di numerosi reati attraverso una rete di società create e utilizzate strumentalmente, anche mediante prestanome.
Il presunto schema Ponzi legato alle auto di lusso
Il meccanismo fraudolento, secondo gli investigatori, avrebbe ricalcato il noto “schema Ponzi”. Agli investitori sarebbe stata prospettata, previo versamento di una cauzione, la possibilità di ottenere rendimenti mensili compresi tra il 2% e il 3% attraverso il presunto sub-noleggio di auto di lusso fornite da una società con sede nel Bresciano.
I contratti stipulati tra i clienti e le società del sodalizio facevano riferimento a fondi comuni di investimento. Le società coinvolte, però, non sarebbero state autorizzate alla gestione del risparmio e non risultavano iscritte negli albi sottoposti al controllo degli organi di vigilanza in materia finanziaria.
Le somme raccolte sarebbero confluite sui conti di società costituite ad hoc e intestate a prestanome. I flussi di denaro, secondo la ricostruzione investigativa, venivano giustificati mediante l’emissione di fatture per operazioni inesistenti. Successivamente il denaro sarebbe stato trasferito attraverso una serie di movimentazioni tra società riconducibili al gruppo e conti personali degli indagati, fino a raggiungere, in alcuni casi, società estere con rapporti bancari in Irlanda e Slovenia.
La vittima convinta a investire nel progetto di un ricovero per cani
Nel corso dell’indagine è emersa anche la vicenda di una vittima che, dopo avere ereditato una rilevante somma di denaro, sarebbe stata convinta ad affidare buona parte del proprio patrimonio all’organizzazione. Gli indagati avrebbero fatto leva sul suo desiderio di costituire e avviare una struttura di ricovero per cani.
Per rendere credibile il progetto e conquistare la fiducia della donna, uno degli indagati l’avrebbe accompagnata presso uno studio notarile di Roma per costituire la società. Subito dopo la stipula dell’atto, secondo quanto riferito dagli investigatori, l’uomo avrebbe ritirato l’assegno destinato al capitale sociale dell’azienda.
Gli accertamenti avrebbero inoltre documentato l’organizzazione di incontri e serate conviviali in provincia di Bergamo, utilizzati per rafforzare i rapporti personali con le vittime e consolidarne la fiducia.
Le pressioni e il riferimento alla Calabria
È in questo quadro che si inserisce uno dei passaggi più gravi dell’inchiesta. Secondo la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato, il gruppo si sarebbe avvalso anche dell’intervento di due soggetti di origine calabrese per esercitare pressioni sulle vittime. Pressioni finalizzate, secondo l’accusa, sia a ottenere altro denaro sia a impedire eventuali denunce.
Sono stati ricostruiti episodi estorsivi con minacce di morte e violenza fisica. Nei confronti di una vittima, in particolare, sarebbe stata organizzata una vera e propria spedizione punitiva: l’uomo sarebbe stato brutalmente percosso e gli sarebbe stata sottratta una Lamborghini che in precedenza gli era stata affidata. Sarebbe stato poi costretto a pagare una somma per presunti danni subiti dallo stesso veicolo.
In quell’occasione, secondo quanto documentato dagli investigatori, sarebbero state pronunciate minacce particolarmente gravi: «Se entro l’una non sei qua, vengo, ti prendo e ti stacco la testa». Alla moglie della vittima sarebbe stato invece riferito: «Se vostro marito non paga, lo incappuccio, lo metto nel cofano della macchina e lo porto in Calabria alla cava».
Oltre cento uomini impiegati nell’operazione
Nell’operazione sono stati impiegati oltre cento tra poliziotti e finanzieri, anche con il supporto di elicotteri e unità cinofile. Le attività sono state eseguite in diverse aree del Paese, nell’ambito di un’inchiesta che, secondo gli investigatori, ha consentito di intervenire su un fenomeno criminale articolato nel settore degli investimenti abusivi, della truffa e del riciclaggio.

