La prima sezione penale della Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dal boss di Parghelia, Carmine Il Grande, 67 anni, avverso una decisione della Corte d’Appello di Catanzaro (in funzione di giudice dell’esecuzione) con la quale è stata respinta la domanda diretta al riconoscimento della continuazione tra diversi reati per i quali lo stesso è stato riconosciuto colpevole e condannato con decisioni irrevocabili. In particolare, Carmine Il Grande aveva chiesto il riconoscimento della “continuazione” tra cinque sentenze: una della Corte d’Appello di Catanzaro del 9 maggio 2023; una sempre della Corte d’Appello di Catanzaro del 10 gennaio 1998; una terza del gip del Tribunale di Vibo Valentia del 22 novembre 2005; una questa del gip di Vibo del 10 gennaio 2006; infine una sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro del 6 febbraio 2019. La richiesta in oggetto è stata rigettata in quanto il giudice dell'esecuzione ha escluso che i reati commessi dal condannato fossero espressione del medesimo disegno criminoso, in considerazione della distanza temporale intercorsa tra di essi e della loro parziale differente natura. Per la difesa di Carmine Il Grande, invece, tutti i reati per i quali aveva chiesto il riconoscimento della continuazione erano da considerarsi “espressione del medesimo disegno criminoso essendo tutti finalizzati all’affermazione del predominio dell'associazione mafiosa per la quale è stato riconosciuto colpevole in via irrevocabile e, in particolare, della conferma - anche mediante l'utilizzo delle armi - del suo ruolo egemone nel comune di Parghelia.
Per la Cassazione, tuttavia, va esclusa per Carmine Il Grande “l'identità del disegno criminoso rispetto ai reati accertati con le sentenze sopra indicate, avendo dato rilievo il giudice dell’esecuzione all’assenza di elementi dai quali desumere che tutti i reati fossero legati all’associazione di stampo mafioso. Invero, la Corte territoriale ha dato coerentemente rilievo alla distanza temporale (anche di anni) intercorsa tra di essi (alcuni reati in materia di armi risalgono ad epoca non coincidente con il delitto associativo), alla loro diversa natura, al carattere sicuramente contingente di alcuni di essi, ai diversi luoghi in cui le violazioni di legge erano state commessi e al fatto che alcuni di essi come, la violenza privata commessa dall'odierno ricorrente nel 2008 per motivi di viabilità, erano di carattere estemporaneo e nulla avevano a che vedere con il reato associativo”. In tale contesto i reati commessi da Carmine Il Grande sono stati ritenuti riconducibili ad “autonome risoluzioni criminose ed espressione di una pervicace volontà criminale non meritevole, quindi, dell'applicazione di istituti di favore nemmeno parzialmente”.

Carmine Il Grande e le operazioni antimafia

Il 67enne viene ritenuto nelle operazioni antimafia – coordinate dalla Dda di Catanzaro – il boss indiscusso dell’omonimo clan di Parghelia, alleato dei La Rosa di Tropea e dell’articolazione del clan Mancuso facente capo a Cosmo Michele Mancuso, tanto che – stando ad alcune intercettazioni – persino il boss Pantaleone Mancuso (detto Scarpuni) si è dovuto fermare dal suo proposito di eliminare Carmine Il Grande in quanto “protetto” dallo zio Cosmo Michele. Carmine Il Grande aveva riacquistato la libertà il 18 maggio del 2020 per scadenza dei termini massimi di custodia cautelare in quanto il gip distrettuale ha impiegato oltre due anni di tempo per depositare le motivazioni della sentenza in abbreviato per l’operazione “Costa Pulita”. Attualmente Carmine Il Grande si trova detenuto e sta scontando in carcere per “Costa Pulita” la pena definitiva a 8 anni e 8 mesi. Si trova poi imputato dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro nel troncone in abbreviato del maxiprocesso “Maestrale-Olimpo”. In primo grado è stato assolto nonostante una richiesta di condanna della Dda a 18 anni di reclusione.