Esiste un dato certo, granitico, sulla morte di Maria Chindamo, imprenditrice agricola di Laureana di Borrello uccisa e fatta sparire il sei maggio 2016 davanti a una delle sue proprietà a Limbadi: le telecamere del proprietario del terreno vicino quella mattina non hanno funzionato. Quando sono arrivati i carabinieri sul posto hanno trovato l’auto dell’imprenditrice, tracce di sangue e capelli. È stato chiaro fin da subito che qualcosa di molto grave era accaduto. Guardandosi intorno i militari hanno notato le telecamere fatte installare da Salvatore Ascone nella sua proprietà. Il primo istinto è stato quello di prendere visione. Ma niente. Le telecamere non restituivano nessuna registrazione. Ascone è oggi indagato nell’ambito del procedimento Maestrale sia per associazione per delinquere di stampo mafioso – perché considerato intraneo alla cosca Mancuso – sia per concorso, con ignoti, nell’omicidio di Maria Chindamo.

Perché le telecamere di Ascone quella mattina non hanno funzionato? Per rispondere a questo quesito – chiave di volta dell’impianto accusatorio contro Salvatore Ascone – sono stati sentiti, nel corso delle prime udienze, gli ufficiali di polizia giudiziaria che hanno analizzato il sistema. Ieri è stata la volta dei tecnici della ditta che aveva installato l’impianto e che, il giorno in cui Maria Chindamo è scomparsa, sono stati chiamati a visionare il funzionamento di dvr e hard disk.
In particolare è stato sentito Domenico Baldo, elettricista ed ex socio della ditta che installò l’impianto di videosorveglianza e il sistema d’allarme sulla proprietà di Ascone.

La “fortezza” di Ascone

L’uomo, prima del processo, era stato sentito dai carabinieri il 24 settembre 2017 e il 15 marzo 2018.
Davanti al pm Annamaria Frustaci – tra i tanti «non ricordo» e gli aiuti alla memoria grazie alla lettura dei verbali – l’elettricista ha affermato che il giorno della scomparsa di Maria Chindamo ha ricevuto più chiamate: quella del suo ex socio responsabile, della moglie di Ascone e di un carabiniere. È stato convocato sul posto per dare assistenza tecnica. Arrivato in località Montalto ha notato le «camionette dei carabinieri e tanti uomini in divisa».
Baldo racconta che «l’hard disk era in blocco», dice di aver provato a spegnere e riaccendere ma il blocco persisteva. In compenso il dvr era funzionante e, emerge dai verbali e dai ricordi di dieci anni dopo, il monitor, appeso al muro e attaccato con un cavo voltante, era acceso, «le prese di alimentazione erano tutte collegate» mentre il dvr si trovava nel cassetto di un mobile della cucina.

Altro dato è che quattro o cinque giorni prima si era bruciato il dvr a causa, probabilmente, di sbalzi ti tensione. Il pezzo era in garanzia ed era stato sostituito e tornato funzionante. L’elettricista aveva poi fatto le opportune verifiche e impostato l’orario di registrazione dalle 20 alle 7 del mattino. Il dvr aveva un alimentatore che serviva a stabilizzare gli sbalzi di corrente e avrebbe funzionato anche in assenza di corrente in quanto dotato di batterie supplementari.
In più Ascone aveva fatto installare un sistema d’allarme con sensori montati sulle finestre e sistema via radio. L’allarme, la sera in cui l’hard disk delle telecamere non aveva funzionato, non aveva registrato anomalie. Tradotto: nessun estraneo si era introdotto nella casa di campagna di Ascone per manomettere l’hard disk.

Gli interventi a casa di Ascone

Quella di Ascone era una fortezza: oltre alle telecamere regolari c’era una speed dome, la telecamera a “palla” che inquadra girando su se stessa, appesa ad un’asta all’altezza di circa quattro metri.
Rispondendo all’avvocato di parte civile, Nicodemo Gentile, Domenico Baldo ha ricordato di aver conosciuto Salvatore Ascone da un annetto o due prima rispetto alla scomparsa di Maria Chindamo e di aver installato un impianto in campagna e uno nella sua casa di residenza.

Il teste lo aveva già detto nel corso dell’esame col pm: non era la prima volta che interveniva a casa di Ascone con la sua ditta, a parte il dvr aveva dovuto sostituire altri pezzi a causa di probabili sbalzi di tensione.

L’«ossessione»

Nel corso del controesame col difensore di Ascone, l’avvocato Francesco Sabatino, l’elettricista ha vivacizzato questo dato e ha sciolto la lingua. Ha detto che gli interventi erano stati tanti: sull’hard disk, sulla speed dome, sul dvr. Ha parlato del fatto che questi guasti fossero diventati «un’ossessione», che ha il ricordo delle telefonate del suo capo che lo mandava a casa di Ascone.

A queste affermazioni sono seguite le contestazioni del pm Frustaci che ha ricordato al teste di non aver mai parlato in questi termini nel corso degli interrogatori del 2017 e del 2018. Inoltre nell’interrogatorio del 15 marzo 2018 aveva parlato di un intervento sul dvr e di due interventi sull’hard disk. Nessun cenno alla sped dome, nessun cenno all’«ossessione».
In seguito alla contestazione Baldo ha ridimensionato la portata della parola «ossessione» spiegando che intendeva dire che «per noi essere chiamati due o tre volte equivaleva a tante volte».
La contestazione della pm è rimasta, però, in piedi.