Resta in carcere Antonio Maiolo, 34 anni, nativo di Acquaro, ma residente a Stefanaconi, coinvolto nell’operazione della Dda Di Catanzaro denominata Aquarium scattata nel marzo scorso. La sesta sezione penale della Cassazione ha infatti rigettato il suo ricorso confermando la decisione del Tribunale del Riesame di Catanzaro. Ad Antonio Maiolo viene contestata la partecipazione ad un’associazione per delinquere finalizzata al narcotraffico. Le singole cessioni di sostanza stupefacente sono aggravate dalle finalità mafiose (agevolazione del clan Maiolo di Acquaro). Antonio Maiolo viene ritenuto dagli inquirenti tra i cugini più vicini ad Angelo Maiolo, “pienamente partecipe del gruppo in posizione qualificata ed elevata”. Per lui l’accusa di essere uno degli organizzatori del sodalizio e soggetto beneficiario della piena fiducia di Angelo Maiolo. Unitamente ad Angelo Maiolo, Francesco Maiolo, Gianni Bellò e Francesco Carè, gli viene poi contestata la detenzione ai fini di spaccio di 18 chili di marijuana (valore 74mila euro). La marijuana sarebbe stata consegnata a Torino a Francesco Carè e poi recuperata da Antonio e Francesco Maiolo che ne avrebbero curato la cessione ad un acquirente in contatto con Angelo Maiolo. Un chilo di cocaina sarebbe stato infine trattato da Angelo Maiolo e Antonio Maiolo tra Bovalino e Vibo Valentia il 24 settembre 2020. Le singole cessioni e contestazioni sono aggravate dalle finalità mafiose (agevolazione del clan Maiolo di Acquaro).
Per la Cassazione, i motivi oggetto del ricorso di Antonio Maiolo sono in parte inammissibili ed in parte infondati. Quanto all’interpretazione del linguaggio adoperato dai soggetti intercettati, anche quando sia criptico o cifrato, per la Cassazione costituisce proprio “questione di fatto, rimessa quindi alla sola valutazione del giudice di merito”. A fronte di un quadro indiziario caratterizzato da “specifica gravità e dalla ritenuta attualità e concretezza del pericolo di reiterazione del reato”, la motivazione del Tribunale del Riesame appare per la Suprema Corte “non contraddittoria, né manifestamente illogica e, dunque, si sottrae al sindacato di legittimità”. La misura della custodia cautelare in carcere viene ritenuta così “la sola idonea ad impedire che il ricorrente possa riprendere il contatto con l’associazione e reiterare i reati”.