Il processo a seguito di un annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione. Si tratta del troncone dell’abbreviato dell’operazione contro il clan dei Piscopisani
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Cinque richieste di condanna sono state formulate dalla Procura generale dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro in un troncone del procedimento penale nato dall’operazione antimafia denominata “Rimpiazzo” contro il clan dei Piscopisani. Si tratta di un nuovo processo di secondo grado dopo un precedente annullamento con rinvio ad opera della Cassazione. In particolare la Procura Generale di Catanzaro ha chiesto le seguenti condanne: 12 anni per Giuseppe Salvatore Galati, di 61 anni, detto “Pino il ragioniere”, indicato quale “capo società” del clan dei Piscopisani (difeso dagli avvocati Giuseppe Gervasi e Vincenzo Sorgiovanni); 10 anni per Stefano Farfaglia, di 41 anni, residente a San Gregorio d’Ippona (difeso dagli avvocati Francesco Muzzopappa ed Elisa Solano); 10 anni per Angelo David, di 41 anni, di Piscopio (assistito dagli avvocati Muzzopappa, Solano e Alessandro Diddi); 7 anni e 2 mesi per Michele Staropoli, di 58 anni, di Piscopio (difeso dall’avvocato Guido Contestabile); 13 anni e 8 mesi per Benito La Bella, di 37 anni, di Piscopio (difeso dagli avvocati Francesco Lojacono e Walter Franzè).
La pronuncia della Cassazione
Nelle motivazioni della sentenza con le quali la Cassazione ha annullato con rinvio disponendo un nuovo processo di secondo grado, la Suprema Corte ha riconosciuto in primis l’esistenza di un’associazione mafiosa radicata da tempo a Piscopio con i principali esponenti che hanno costituito un nuovo “locale” di ‘ndrangheta almeno dal 2009 sulle “ceneri” della vecchia “società” mafiosa operativa anche negli anni precedenti attraverso soggetti solo in parte confluiti nella nuova struttura mafiosa. Per meglio controllare la zona delle Marinate di Vibo, il clan dei Piscopisani avrebbe inoltre stretto una ferrea alleanza con la cosca dei Tripodi di Portosalvo, atteso il legame parentale tra le famiglie Battaglia, Fiorillo e Tripodi. La certezza dell’operatività del “locale” di ‘ndrangheta di Piscopio – riconosciuto da San Luca grazie agli agganci con potenti clan della jonica reggina come i Commisso di Siderno, gli Aquino di Marina di Gioiosa Ionica e i Pelle di Bovalino e San Luca –è stata tra l’altro riconosciuta anche da altre sentenze definitive nate dalle operazioni antimafia “Crimine” (Dda di Reggio Calabria) che ha coinvolto anche Giuseppe Salvatore Galati di Piscopio), “Gringia” e “Romanzo criminale” (Dda di Catanzaro). La strutturazione del nuovo “locale” di ‘ndrangheta di Piscopio – nato nel 2009 grazie anche a personaggi scesi appositamente dal Piemonte e con riunioni organizzate in un ristorante di Pizzo alla presenza di esponenti dei clan reggini – prevedeva l’attribuzione di veri e propri gradi mafiosi, con gerarchie interne, “doti”, ruoli e promozioni.
Le pene già definitive
Da ricordare che la stessa sentenza della Cassazione del troncone dell’abbreviato, oltre a disporre cinque annullamenti con rinvio, ha confermato nel marzo dello scorso anno le seguenti condanne rendendole definitive: 28 anni e 3 mesi di reclusione per Rosario Battaglia, di 40 anni, uno dei vertici del “locale” di Piscopio; 6 anni Francesco Romano, di 38 anni, di Briatico; 6 anni e 8 mesi Pierluigi Sorrentino, di 34 anni, di Vibo Marina; 10 anni Domenico D’Angelo, di 62 anni, di Piscopio; 12 anni Giuseppe Brogna, di 66 anni, di Piscopio; 8 anni Nazzareno Colace, di 60 anni, di Portosalvo; 13 anni e 8 mesi Francesco Felice, di 30 anni, di Piscopio; 10 anni e 4 mesi Giuseppe D’Angelo, di 51 anni, di Piscopio; 8 anni Pantaleone Mancuso, di 63 anni, detto “Scarpuni”, di Limbadi, residente a Nicotera Marina; 13 anni e 8 mesi Nazzareno Galati, di 35 anni, di Piscopio; 8 anni e 2 mesi Michele Silvano Mazzeo, di 54 anni, di Mileto; 6 anni e 8 mesi Nazzareno Pannace, di 34 anni, di Vibo ma domiciliato a Bologna; 6 anni e 8 mesi Francesco Popillo, di 38 anni, di Vibo ma residente a Bologna; 3 anni Simone Prestanicola, di 47 anni, di Piscopio.

