Si è concluso in via definitiva il procedimento penale per il tentato omicidio ai danni di Domenic Signoretta, considerato vicino al boss Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”. Un fatto di sangue avvenuto il 19 maggio del 2019 a Nao di Ionadi, quando un commando ha aperto il fuoco con armi lunghe e corte contro l’abitazione di Domenic Signoretta - in quel momento affacciato sul balcone e sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari - tentando di ucciderlo. La prima sezione di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso presentato dagli avvocati Giovanni Vecchio e Dario Vannetiello rideterminando la pena in anni 8 e mesi 8 di reclusione, con esclusione dell’aggravante mafiosa. Proprio sull’aggravante dell’agevolazione mafiosa e della modalità della condotta, entrambe contestate dalla Dda di Catanzaro, vi era stato uno “scontro” processuale tra accusa e difesa.

In primo grado, Antonio Campisi era stato condannato dal Tribunale di Vibo Valentia alla pena di 10 anni di reclusione (la pubblica accusa ne aveva chiesti 24), avendo escluso tale circostanza aggravante sulla scorta degli esami dei collaboratori di giustizia Andrea Mantella, Emanuele Mancuso, Arcangelo Furfaro, Raffaele Moscato e Pasquale Megna. Proprio sull’aggravante mafiosa è stato poi proposto appello dalla Dda di Catanzaro e i giudici di secondo grado l’hanno ritenuta sussistente sotto il duplice profilo (agevolazione mafiosa e modalità mafiose) aumentando la condanna di pochi mesi. Nel giudizio di merito, Antonio Campisi è stato assistito dagli avvocati Giovanni Vecchio e Alessandro Bavaro.

Il fatto di sangue è avvenuto il 19 maggio 2019 a Nao di Ionadi quando Antonio Campisi - accompagnato da altri complici, tra i quali Rocco Molé di Gioia Tauro (figlio del boss ergastolano Girolamo Molè) - ha aperto il fuoco contro Domenic Signoretta che era affacciato sul balcone della propria abitazione dove si trovava agli arresti domiciliari. Antonio Campisi dopo un periodo di latitanza era poi stato tratto in arresto ad Ardore Marina, dove si nascondeva in un piccolo condominio, nel dicembre 2021. Da tale data si trova ininterrottamente detenuto essendo state tutte respinte le istanze di concessione di misure alternative per via della forte personalità di Antonio Campisi nel contesto criminale del Vibonese e per la sua elevata pericolosità sociale.

Il contesto del tentato omicidio

Stando alle indagini dirette dalla Dda di Catanzaro, e svolte dal Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine della Polizia, unitamente alla Squadra Mobile di Vibo Valentia, Antonio Campisi originariamente inserito nel clan Mancuso – si è allontanato da tale consorteria dopo l’omicidio del padre, il broker della cocaina Domenico Campisi, ucciso sulla provinciale per Nicotera nel giugno 2011, che avrebbe pagato con la vita l’aver tenuto nascosto a Pantaleone Mancuso (“l’Ingegnere”) e a Domenic Signoretta alcuni traffici di cocaina.

Un omicidio allo stato impunito, nonostante da anni esistano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Arcangelo Furfaro di Gioia Tauro, che ha indicato proprio in Domenic Signoretta (legato al boss Pantaleone Mancuso, detto l’Ingegnere) uno degli autori dell’omicidio di Domenico Campisi. Da qui il proposito di Antonio Campisi di vendicare la morte del padre attentando proprio alla vita di Domenic Signoretta, facendosi aiutare da Rocco Molè, figlio del boss ergastolano di Gioia Tauro Mommo Molè. Domenico Campisi (padre di Antonio) era legato da rapporti di comparaggio con Girolamo (Mommo) Molè, padre di Rocco. In particolare, Girolamo Molè avrebbe fatto da compare d’anello a Domenico Campisi.