A 100 anni dalla pubblicazione dei risultati della prima campagna di scavi effettuata da Paolo Orsi, la necropoli di Torre Galli - nel Comune di Drapia sull’altopiano di Monte Poro - continua a svelare i suoi importantissimi tesori grazie al lavoro del team di archeologi guidato dal professor Marco Pacciarelli dell’Università di Napoli. Oltre 300 le tombe presenti nell’area, in gran parte di età preellenica, al cui interno sono stati rinvenuti preziosi corredi funerari.

Un secolo dopo gli scavi effettuati dall’archeologo Paolo Orsi nella necropoli di Torre Galli, sulla sommità del Monte Poro, il Museo nazionale di Vibo ha ospitato un evento dedicato all’importante sito archeologico e alla nuova recente campagna di ricerca. Proiettato anche un documentario del nostro Saverio Caracciolo.

Per celebrare la ricorrenza, ed esporre i risultati degli ultimi scavi, un evento dedicato è stato ospitato dal Museo nazionale Vito Capialbi di Vibo Valentia. L’iniziativa - dal titolo “Torre Galli, 100 anni dopo Orsi - Dallo scavo al racconto del patrimonio”, tra approfondimento scientifico e divulgazione, ha ripercorso a un secolo di distanza l’importanza delle ricerche archeologiche condotte da Orsi in uno dei contesti più significativi della protostoria calabrese.

All’evento hanno preso parte studiosi, funzionari e professionisti che, a vario titolo, hanno contribuito alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione del sito e dei materiali provenienti dagli scavi. Un’esperienza che, mai come in questa occasione, è stata caratterizzata - come ha messo in evidenza il professor Pacciarelli - da una sinergia tra enti e territorio. Di fondamentale importanza il contributo dei proprietari dell’area di scavo, i fratelli Rombolà, Cicco e Cosmo, e del Comune di Drapia (presente il sindaco Alessandro Porcelli) che ha acquistato in seguito i terreni.

Presente, oltre al direttore del museo vibonese, Michele Mazza, anche la restauratrice dei reperti provenienti dallo scavo, Marianna Musella, il funzionario archeologo della Soprintendenza Abap per la città metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia, Francesco Parrotta, e il videoreporter di LaC News24, Saverio Caracciolo, che all’ultima campagna di scavi ha dedicato un documentario proiettato nell’occasione che rappresenta, è stato evidenziato, un preziosissimo contributo di documentazione storica sulle recenti scoperte.

«Le campagne hanno rivelato aspetti nuovi di questa civiltà che ha avuto due momenti di fioritura: nel nono secolo e nel sesto secolo a.C. – ha detto il professor Pacciarelli –. Tra gli aspetti nuovi, per esempio, abbiamo scoperto che queste sepolture erano in feretri di legno, cosa che Paolo Orsi non aveva potuto accertare all’epoca, e abbiamo anche avuto informazioni, grazie alle nuove tecnologie e in particolare alla geomagnetica, sulla mappatura del sottosuolo della necropoli, che ovviamente ai tempi di Orsi non era possibile».

Di particolare rilevanza i corredi funerari rinvenuti nelle tombe. «Abbiamo trovato sepolture con oggetti di grande interesse: spade, punte di lancia, ornamenti femminili d'argento, di vetro, d’ambra. Quindi era una società estremamente florida che aveva rapporti con i fenici e con le comunità greche, ma che rimane fino al sesto secolo una comunità indigena: quindi non c'erano solo i greci in Calabria in quel periodo. Questo sito segna una svolta nella storia del Mediterraneo, per esempio per il fatto che nel nono secolo attiva i primi collegamenti con i naviganti orientali, fenici, di cui abbiamo delle importazioni antichissime e anche per il fatto che è il primo sito del Mediterraneo centrale ad adottare la lavorazione del ferro. Questo segna appunto l'inizio dell'età del ferro e l'inizio di una nuova storia».

Per il direttore Mazza, Torre Galli «è la dimostrazione di come la collaborazione tra museo, Sovrintendenza e Università riesce a portare subito i risultati di quella che è una ricerca che si è svolta dal 2024 al 2025 e che quest'anno avrà la sua conclusione. Ed è un'occasione importantissima perché Torre Galli rappresenta uno dei siti più importanti della protostoria calabrese e per rinnovare il lavoro di Paolo Orsi che fu il padre dell'archeologia calabrese. Inoltre possiamo aggiornare ulteriormente i dati che arricchiscono ancor di più la conoscenza di questo sito e di questa zona della Calabria».

Particolarmente complesso il lavoro di restauro dei reperti. Come ha spiegato la specialista Marianna Musella: «è stato un lavoro impegnativo perché ha riguardato varie tipologie di materiali che sono costituiti da differenti oggetti di piccole, grandi e medie dimensioni: ceramiche, ambre, bronzi e ferri. Un interesse particolare si è rivolto alla lavorazione dei ferri, in quanto è stata utilizzata una tecnologia di pulitura laser al fine di poter recuperare tutte le informazioni disponibili, inclusi dei frammenti di tessuto mineralizzati che ci danno un ulteriore valore aggiunto rispetto a una futura indagine scientifica sui tessuti che all'epoca».