Il sudore sui corpi che avanzano sotto il sole, il silenzio denso di un paese che si svuota, l’odore di cera e sangue sui selciati. Per comprendere la svolta impressa da Luigi Maria Lombardi Satriani all'antropologia italiana è necessario partire da questi elementi materiali. Dalla dimensione corporea, fisica, osservata sul campo. C’è stata una lunga stagione in cui la disciplina, nel nostro Paese, è rimasta confinata entro i margini di un collezionismo idilliaco, una catalogazione erudita di canti, proverbi e bizzarrie folkloriche trattate con l’interpretazione e con la condiscendenza tipica dell'osservatore borghese. Poi è intervenuto il suo magistero. Con un rigore metodologico privo di concessioni al pittoresco, Lombardi Satriani ha sottratto quei materiali al collezionismo antiquario per trasformarli in indicatori di una profonda tensione sociale.

A quattro anni dalla sua scomparsa, il vuoto teorico che ha lasciato nella ricerca demo-etno-antropologica si avverte con la precisione di un'assenza strutturale. Chi ha frequentato le aule dell’Università della Calabria negli anni Ottanta, sa che la sua attività non si esauriva nella dimensione accademica formale. La cattedra era lo snodo di un’indagine che trovava il suo laboratorio naturale nello spazio pubblico dei paesi, nel vicolo, nelle dinamiche comunitarie dove l’azione rituale si esprimeva come fatto sociale totale.

Lombardi Satriani ha operato un’operazione di straordinaria lucidità epistemologica, applicando le categorie analitiche dei “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci all'universo popolare, spogliandolo di ogni deriva rassicurante. Il lamento funebre o la performance rituale non erano anomalie psicologiche o persistenze premoderne. Erano codici. Risposte strutturate. La "funzione oppositiva" della cultura subalterna si è rivelata così come una strategia di resistenza culturale, un dispositivo di difesa contro l’egemonia di un blocco sociale dominante che imponeva codici linguistici ed economici estranei.

Esiste un paradosso teorico che ne mina la ricezione contemporanea. Oggi il termine “folklore” subisce una vistosa degradazione semantica, ridotto a sinonimo di arretratezza o a simulacro spettacolarizzato per il consumo turistico di massa. Abbiamo museificato la memoria storica, trasformandola in un format commerciale. Eppure, proprio negli anni in cui la Facoltà di Lettere dell'Università della Calabria si configurava come polo avanzato del pensiero meridionalista, Lombardi Satriani ne rivendicava l'esatto opposto. L'istituzione del Centro Interdipartimentale di Documentazione Demo-Etno-Antropologico è stata un'operazione politica e scientifica di decentramento culturale. Significava sancire che la periferia e il margine possedevano la medesima dignità epistemica del centro, e che le culture subalterne, di contadini, pastori e pescatori, esprimevano sistemi di segni complessi, meritevoli di un’analisi scientifica rigorosa e non della commiserazione assistenziale.

Il documentarismo di osservazione e l'etnografia visiva traggono da questa postura metodologica la loro legittimazione. L'obiettivo non si posiziona mai in modo asimmetrico, dall'alto verso il basso. Non si estorce l’immagine per offrirla al mercato dei festival internazionali. Lombardi Satriani ha codificato la necessità di uno sguardo orizzontale, capace di situarsi all'interno della frattura sociale. Quando analizzava le coordinate della prima “restanza” – quella condizione complessa, al contempo psicologica e materiale, di chi rimane in territori segnati da dissesto idrogeologico e abbandono – non faceva sociologia descrittiva. Misurava l'impatto dei processi storici sulle biografie individuali. Comprendeva che il restare costituisce una prassi faticosa, una dialettica costante con la rarefazione dei servizi, con il collasso delle infrastrutture viarie provinciali, con la consapevolezza di abitare un presidio in via di dissoluzione.

Le sue monografie conservano una densità fenomenologica che la saggistica contemporanea, spesso appiattita su approcci quantitativi e asettiche modellizzazioni statistiche, sembra aver smarrito. Tra le sue righe emerge la concretezza dei contesti: il calore degli spazi domestici in cui si riproduceva il sapere tradizionale, le poliritmie terapeutiche del coreutico-musicale legate al tarantismo, la cruda fisicità dei "vattienti" di Nocera Terinese lacerati dal cardo. Nel suo impianto teorico non c’era spazio per la pacificazione pastorale. La cultura dei vinti non persegue la sintesi dialettica; persegue la riproduzione delle proprie condizioni di esistenza. Questa è l’eredità meridionalista che ancora interroga chiunque tenti di mappare il presente. Non si trattava di idealizzare la subalternità, ma di decodificare come la marginalità socio-economica si facesse sovrastruttura, linguaggio e prassi culturale.

Mentre le strutture dell’Ateneo calabrese registrano il peso storico di quegli oltre trent'anni di attività scientifica coordinata da Lombardi Satriani, occorre domandarsi quale sia lo stato di conservazione di quel paradigma scientifico. Il valore di un caposcuola si valuta dalla cogenza degli interrogativi che sopravvivono alla sua contingenza biologica, non dalle celebrazioni di facciata. E i nodi teorici posti da Lombardi Satriani rimangono questioni irrisolte in un Mezzogiorno costantemente diviso tra le retoriche infrastrutturali delle grandi opere transitorie e l'emorragia demografica dei suoi segmenti giovanili più scolarizzati. Si avverte la mancanza della sua capacità di decostruire i dispositivi del discorso istituzionale attraverso l'uso di un'ironia critica affilata, del suo rigore formale che non scadeva mai in accademismo sterile.

I suoi testi rimangono punti di riferimento bibliografici imprescindibili. Ciò che rischia di perdersi, tuttavia, è la responsabilità di un'epistemologia militante. Un posizionamento che esclude la neutralità della scienza pura per farsi strumento di comprensione dei conflitti reali. Il pericolo immanente, oggi, è la trasformazione del suo pensiero in un oggetto monumentale, un nome da spendere nell'economia dei convegni accademici per legittimare la produzione di paper scientifici destinati a un consumo endogeno e specialistico. Sarebbe il definitivo processo di neutralizzazione di una traiettoria intellettuale che ha fatto della critica all'egemonia culturale il proprio asse portante.

Mentre i supporti magnetici dei vecchi filmati etnografici rischiano il deterioramento nei depositi, i processi storici continuano a produrre asimmetrie. Nuovi soggetti subalterni abitano oggi il Mezzogiorno, parlando le lingue transnazionali delle rotte migratorie mediterranee. Nuove forme di alienazione si sviluppano nelle periferie urbane, e i dispositivi rituali si trasferiscono dalle liturgie tradizionali alle piattaforme digitali. Per applicare correttamente la lezione di Lombardi Satriani non serve una sterile esegesi dei suoi scritti. Occorre riattivare la ricerca sul campo. Tornare a percorrere i territori interrotti, le fratture della viabilità e della storia, per documentare le dinamiche del mutamento culturale lì dove le contraddizioni sociali si manifestano con maggiore urgenza.

*Documentarista Unical