La rilettura delle fonti antiche e della geografia di Hipponion conduce verso l’area compresa tra Angitola, Cocari, Maierato e Pizzo, caratterizzata da abbondanza d’acqua, fertilità dei terreni, continuità insediativa e centralità nelle antiche vie di comunicazione
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Dove si trovava il leggendario Corno di Amaltea ricordato dalle fonti antiche nel territorio di Hipponion? La risposta potrebbe nascondersi nella Piana degli Scrisi, nell’ampio settore compreso tra l’Angitola, Cocari, Maierato e l’attuale territorio di Pizzo. È l’ipotesi avanzata dallo storico vibonese Antonio Montesanti, che propone una nuova lettura del paesaggio dell’antica colonia greca, mettendo a confronto le localizzazioni finora sostenute dagli studiosi.
Non si tratta di individuare semplicemente un punto su una carta geografica. Secondo Montesanti, bisogna prima comprendere quale parte dell’antica chora hipponiate fosse realmente in grado di rappresentare, agli occhi dei Greci, l’immagine stessa dell’abbondanza.
«Quale area dell’antica chora hipponiate concentrava le maggiori risorse idriche? Dove si estendevano i pianori più fertili? Quale settore era in grado di sostenere una produzione agricola eccezionale? Quale luogo occupava una posizione strategica tra la città, il porto e le principali vie di comunicazione? E, soprattutto, quale paesaggio poteva rappresentare agli occhi dei Greci l’immagine stessa dell’abbondanza?». È partendo da questi interrogativi che lo storico invita a prendere seriamente in considerazione la Piana degli Scrisi, estesa sino al territorio dell’attuale Pizzo.
«Non perché esista una fonte che la identifichi esplicitamente con il Corno di Amaltea – precisa Montesanti –, ma perché, più di ogni altra area finora proposta, sembra riunire in un unico contesto fertilità, compresa quella delle messi, abbondanza d’acqua, centralità geografica, continuità insediativa e rilevanza strategica».
L’obiettivo dello studio non è quindi sostituire una localizzazione con un’altra, presentando come certa un’ipotesi ancora da verificare. L’intento è piuttosto quello di comprendere se la storia, l’archeologia e il paesaggio dell’antica Hipponion possano condurre verso una diversa interpretazione del problema.
Il Corno di Amaltea, in questa prospettiva, non sarebbe stato soltanto un luogo fisico, ma anche uno strumento di rappresentazione del potere.
«Il Corno di Amaltea non sarebbe soltanto un luogo da individuare – sostiene lo storico –, ma la chiave per comprendere il modo in cui i Dinomenidi trasformarono il territorio in uno strumento di propaganda politica».
Le fonti antiche offrono pochi elementi, ma particolarmente significativi. Duride di Samo, attraverso Ateneo, parla di un luogo ricco d’acqua, immerso in un bosco e celebre per la sua straordinaria fertilità, identificandolo con il Corno di Amaltea. Licofrone, invece, ricorda un “corno” riferito al territorio di Hipponion.
Da questi riferimenti sono nate interpretazioni differenti. Per Montesanti, tuttavia, il confronto non può basarsi esclusivamente sulla toponomastica o sulla forma del terreno: occorre valutare l’insieme delle caratteristiche che quel luogo avrebbe dovuto possedere.
La prima localizzazione, sostenuta dagli studiosi dell’Ottocento, conduce a Longobardi, a nord dell’antica Hipponion. L’ipotesi nasce dalle peculiarità di un territorio caratterizzato dalla presenza di sorgenti, da una vegetazione rigogliosa e da condizioni climatiche favorevoli, elementi apparentemente coerenti con la descrizione tramandata da Duride.
«Longobardi appartiene pienamente alla chora hipponiate, dispone di abbondanti risorse idriche, offre un paesaggio collinare particolarmente verde e conserva ancora oggi caratteristiche ambientali che gli antiquari giudicavano eccezionali», riconosce Montesanti.
A ridimensionare questa interpretazione sarebbero però alcuni elementi. Il territorio appare relativamente circoscritto rispetto all’immagine di un grande paesaggio celebrativo, mentre la sua posizione risulta periferica rispetto alle principali direttrici economiche della colonia. Non emergerebbe, inoltre, un ruolo determinante di quest’area nella storia successiva di Hipponion.
«Le testimonianze archeologiche note non consentono, almeno allo stato attuale, di riconoscervi un centro simbolico della politica dinomenide. L’ipotesi antiquaria appare quindi fondata solo sulla qualità ambientale del luogo. Troppo poco per poter prevalere sulle altre ipotesi».
Una seconda proposta guarda invece al versante meridionale della chora e identifica il “corno” con il promontorio che, attraverso il Monte Poro, culmina verso Capo Vaticano. In questo caso il principale punto di forza è rappresentato dalla conformazione geografica.
«Licofrone utilizza un termine che può indicare anche uno sperone montuoso o un promontorio proteso sul mare. Da questo punto di vista il Monte Poro offre una corrispondenza morfologica immediata».
Anche la straordinaria bellezza del paesaggio e la fertilità dell’altopiano sembrerebbero rafforzare la proposta. Il problema, osserva però Montesanti, emerge quando si torna alla descrizione di Duride. «Il passo di Duride non sembra interessato alla forma del rilievo. L’accento cade invece sull’acqua, sul bosco e sulla fertilità. Il protagonista non è il promontorio, bensì il paesaggio vegetale».
Alla questione geografica si aggiungerebbe quella politica. Qualora Gelone avesse voluto celebrare la prosperità della colonia appena conquistata, avrebbe probabilmente scelto l’area maggiormente integrata con il sistema economico e produttivo di Hipponion, piuttosto che un’estremità della chora proiettata verso il mare.
«L’ipotesi del Poro risponde molto bene alla lettura geomorfologica di Licofrone – sintetizza Montesanti –, meno a quella politico-paesaggistica suggerita da Duride».
È in questo confronto che emerge la terza localizzazione, finora rimasta quasi ai margini del dibattito: la Piana degli Scrisi. Il territorio compreso tra Angitola, Cocari, Pizzo e Maierato presenterebbe una caratteristica decisiva: la concentrazione, all’interno di un sistema geografico relativamente unitario, di quasi tutti gli elementi ricordati dalle fonti.
«Qui convergono abbondanza d’acqua, fertilità dei suoli, estensione pianeggiante, ricchezza della vegetazione e posizione strategica. Ma soprattutto questo settore occupa una posizione centrale nella storia del territorio».
L’area risulta frequentata già in epoca protostorica. Durante l’età greca potrebbe aver costituito una delle principali zone produttive della chora hipponiate, mentre in epoca romana continuò a essere interessata da importanti percorsi viari, tra cui la via Popilia, e da collegamenti relativamente agevoli con gli approdi costieri.
«Questa continuità storica suggerisce che non si trattasse di una semplice pianura agricola, ma di uno dei veri fulcri territoriali dell’intero comprensorio hipponiate».
Un ulteriore elemento sarebbe rappresentato dal collegamento orografico tra il pianoro degli Scrisi e quello di Cocari, capace di creare una continuità con la città e di attenuare la distanza dall’abitato principale.
Montesanti non nasconde i punti ancora da dimostrare. Non esiste una testimonianza diretta che identifichi il Corno di Amaltea con gli Scrisi e saranno necessari studi paleoambientali, archeobotanici e archeologici per ricostruire le caratteristiche del territorio nel V secolo avanti Cristo.
«Bisognerà verificare se il paesaggio di quel periodo corrispondesse realmente a quello descritto dalle fonti», sottolinea lo storico.
La Piana degli Scrisi conserverebbe però un vantaggio metodologico rispetto alle altre localizzazioni. «Questa proposta non nasce dalla ricerca di un toponimo o di una forma del terreno, ma dalla ricostruzione dell’intero sistema produttivo del territorio di Hipponion, che non poteva che basarsi sulla produzione in larga scala del grano».
Proprio la produzione cerealicola aprirebbe un ulteriore campo di indagine. I campi di grano e le aree fertili erano strettamente collegati ai culti di Demetra e Persefone, divinità particolarmente importanti nell’identità religiosa e culturale di Hipponion. A loro erano dedicati templi e spazi sacri tanto nelle aree collinari quanto nel settore portuale.
La fertilità della Piana degli Scrisi, quindi, non avrebbe avuto soltanto una dimensione economica, ma avrebbe potuto assumere anche un valore simbolico, religioso e politico.
Secondo Montesanti, il limite delle ricerche precedenti potrebbe essere stato proprio quello di considerare il Corno di Amaltea come un semplice luogo da individuare sulla carta. «Le fonti sembrano descrivere qualcosa di più complesso: un paesaggio costruito, dove natura, agricoltura, acqua e potere cultuale e politico si fondono in un’unica rappresentazione».
Il confronto tra Longobardi, Monte Poro e Piana degli Scrisi non dovrebbe quindi essere risolto chiedendosi quale territorio assomigli maggiormente a un corno, ma quale dei tre fosse realmente capace, nel V secolo avanti Cristo, di incarnare il significato più profondo del mito: quello della prosperità e dell’abbondanza. «Bisogna chiedersi quale territorio fosse in grado di rappresentare la prosperità di una chora che Gelone volle trasformare nel simbolo visibile della potenza di Siracusa e dei suoi alleati Ipponiati».


