Nel 1928, durante i lavori per la costruzione della ferrovia della Calabro-Lucane, nel tratto tra Pizzo e Porto Santa Venere, come all’epoca si chiamava l’odierna Vibo Marina, le picozze restituirono, quasi per caso, una statua di epoca romana. Fu Enrico Gagliardi,ispettore onorario della Soprintendenza, a comprendere immediatamente l’importanza di quella scoperta. Fotografò la statua e ne inviò l’immagine a Paolo Orsi.Quella scultura venne poi identificata con una copia romana dell’Artemide di Desdra, il cui originale greco era attribuito a Prassitele. Non un ornamento qualsiasi, ma un’opera destinata a uno spazio di rappresentanza, capace di riflettere il gusto, la cultura e il prestigio dei proprietari. Nel luogo del ritrovamento sorgeva una vasta villa marittima romana, sviluppatasi tra il I secolo a.C. e il II secolo d:C. Nello stesso contesto archeologico venne rinvenuto anche il celebre busto femminile in alabastro nero, tradizionalmente identificato da numerosi studiosi con il ritratto di Messalina, una delle donne più famose dell’antichità. Quel busto era fatto di un materiale tanto raro e prezioso, importato dall’Egitto, indizio di una committenza di altissimo rango.

«La presenza nello stesso complesso residenziale - spiega Antonio Montesanti, storico e coordinatore regionale di Archeoclub Italia -, di una statua dell’Artemide di Desdra e del busto di Messalina rappresenta il linguaggio con cui una famiglia dell’aristocrazia romana costruiva la propria identità culturale e il proprio prestigio. Poco distante - continua Montesanti - la necropoli con oltre cento sepolture scoperta sessanta anni dopo, restituisce la dimensione sociale di quello stesso insediamento: accanto all’élite che abitava la villa emerge la comunità silenziosa dei lavoratori, schiavi e servitori che ne rendevano possibile l’esistenza. È significativo, inoltre, che questa stessa costa fosse frequentata negli anni in cui Cicerone soggiornava presso l’amico Sicca, a Vibona. Una conferma che questo tratto del Tirreno apparteneva pienamente alla geografia politica, economica e culturale del Mare Nostrum0187.

Dopo questo excursus di carattere storico-archeologico, Montesanti osserva: «Conservare non significa custodire un oggetto, ma significa preservare il rapporto tra quel reperto, il territorio e la comunità che oggi lo eredita perché il patrimonio culturale non appartiene al passato di una comunità, ma al futuro di quel luogo e di quella comunità. Invece abbiamo assistito alla dismissione della ferrovia e al trasferimento altrove delle statue. Ogni scoperta acquista significato solo dentro il paesaggio che l’ha generata. Quanti abitano i centri costieri non sanno di avere questi beni archeologici, Non lo sanno le scuole, le guide, i turisti alla ricerca del bello e della storia dei luoghi. E così, chi viene con una nave da crociera , in yacht o in auto a Porto Santa Venere è educato a pensare che qui non ci sia nulla di prezioso da vedere».

Infine un’esortazione destinata a fare discutere: «Credo che la comunità costiera meriti finalmente un suo Antiquarium, che accompagni la comunità nel suo futuro civile», parole che suonano come una dichiarazione d’intenti: si restituiscano i reperti archeologici al territorio in cui sono stati rinvenuti.