VIDEO | La canzone propone una narrazione che si concentra sulla dimensione umana degli eventi, contrapponendosi a una comunicazione spesso ridotta a numeri e immagini rapide
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Un momento di confronto sul ruolo dell’arte nella rappresentazione dei conflitti si è svolto nell’Aula Magna del Liceo “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, dove è stato presentato “Nuvoli e Fumu”, nuovo brano degli Amakorà. L’incontro ha posto al centro una riflessione sul modo in cui i conflitti vengono percepiti, spesso attraverso immagini rapide e distanti, e sulla possibilità di una narrazione capace di restituire una dimensione umana al contesto di Gaza.
All’interno di questo quadro si inserisce il lavoro del gruppo calabrese, da anni presente nella scena musicale regionale, che prosegue un percorso artistico orientato anche ai temi sociali.
Abbiamo intervistato Sandro Scidà, chitarrista del gruppo ed autore del testo, che ha approfondito l’origine del brano e le scelte narrative che lo compongono, a partire dallo sguardo infantile attraverso cui viene osservata la guerra e dal rapporto con la figura materna, elemento centrale del racconto.
“Nuvoli e Fumu” è un brano di forte impatto emotivo: da dove nasce l’ispirazione per questo testo così intenso?
«L’ispirazione per questo testo nasce dal tormento per il dramma dei bambini di Gaza, un dolore devastante che è stato determinante nella scrittura. Non lasciare che di quei bambini restassero solo numeri freddi per aggiornare le statistiche. Poi la contrapposizione tra le nostre “comode” vite da spettatori ha fatto il resto.»
Nel racconto emerge un rovesciamento potente, con il bambino che consola la madre: che significato simbolico ha questa scelta narrativa?
«In un contesto di orrore come quello di Gaza, scegliere di mostrare un bambino che consola la madre non è solo un gesto di tenerezza, ma il simbolo di un mondo capovolto. Per un bambino, l’intero universo gravita attorno alla figura materna. Quando i ruoli si invertono, la narrazione ci presenta una realtà più cruda, dove l’orrore ha distrutto anche l’ordine dei ruoli. Se l’adulto cede, significa che il trauma è diventato insostenibile persino per chi dovrebbe farsi scudo. In quel momento, il bambino smette di essere un bambino e diventa consolatore. Un’ultima resistenza prima di cedere all’assurdità del mondo. Non sono purtroppo cose nuove: quanti bambini calabresi dovettero diventare “adulti” dopo i conflitti?»
Avete deciso di ambientare idealmente la storia nella tragedia di Gaza: quanto è importante, per voi, che la musica entri nei grandi temi dell’attualità?
«Chi fa e propone arte non può essere sempre uno spettatore passivo. In questo caso l’arte ha la fortuna di poter raccontare le cose umanizzando il tutto, evitando di lasciare tutto in mano a chi narra soltanto “freddi numeri”. Abbiamo sempre visto la musica come veicolo di temi attuali e non; non abbiamo mai ceduto all’indifferenza. Già ai nostri concerti citavamo il genocidio a Gaza presentando “Lailalà”; in quel caso introducendo il tema della libertà, e anche il futuro non ci renderà di certo monotematici. Del resto, un gruppo etno-pop che si ritrova a presentare un nuovo brano in un convegno multidisciplinare non è cosa convenzionale. Crediamo che anche il nostro genere possa raccontare altro, a parte l’amore e la tradizione.»
Il vostro percorso artistico è spesso legato a tematiche sociali: credete che oggi la musica possa ancora scuotere le coscienze o rischia di essere sopraffatta dalla “spettacolarizzazione” del dolore?
«Occorre ritrovare l’umanità perduta, occorre non trattare tutto come se fosse una “storia” da pochi secondi e passare all’altra. La musica ha il vantaggio multisensoriale ed entra in meccanismi che possono aiutare a non diventare automi di emozioni di breve periodo.»
Il video del brano amplifica ulteriormente il messaggio: come avete lavorato per tradurre in immagini una storia così delicata e drammatica?
«Si torna alla multisensorialità, alla simbologia e alla musica che unisce tutto. Abbiamo scelto un lyric video per dare il giusto peso alle parole. Il video è accompagnato da un’immagine potente che racchiude, attraverso un orsacchiotto, tutta la brutalità dei conflitti. L’orsacchiotto è abbandonato a terra tra i palazzi distrutti, non più inseparabile conforto del bambino ma solo, tra la distruzione e l’estinzione di ogni ruolo. L’unica luce nella notte arriva dalla luna che si posa proprio sul peluche: non è un caso che sia stata scelta una luce naturale e non dell’uomo.»
Nel vostro “masterplan” parlate di radici e umanizzazione: qual è il messaggio più profondo che volete lasciare a chi ascolta “Nuvoli e Fumu”?
«Mantenere la sensibilità che caratterizza l’uomo, fermarsi e riflettere. Non sentirci distanti da questi avvenimenti: ognuno di noi può fare qualcosa per cambiare il mondo.»
Siete pronti per la stagione estiva? Cosa farete?
«Siamo al quindicesimo anno e il mondo musicale si è stravolto negli anni, ma una certezza è rimasta: la gente vuole divertirsi e ballare nelle piazze. La Calabria è una terra ricca di storia e ha mille sapori; noi salteremo da una piazza all’altra tra sagre, festival e feste. Lo spettacolo dal vivo per noi è il momento di massima simbiosi col pubblico, il momento di saltare e cantare per due ore insieme a loro. A ridosso del tour ci potrebbe essere un’altra sorpresa: seguiteci sulle pagine Amakorà dedicate per avere le prossime info.»

