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Giovanni Celeste Benvenuto è tornato dall’Abruzzo in Calabria inseguendo il sogno di recuperare l’antica vite e farne un vino identitario e moderno al tempo stesso. Oggi è alla guida di una cantina che etichetta 30mila bottiglie l’anno 

Giovanni Celeste Benvenuto nella sua azienda
Economia e Lavoro

Chi, qualche tempo fa, lo vedeva aggirarsi di buon mattino tra le strade di Francavilla Angitola a bordo di un trattore, a fare la spola tra un piccolo garage in paese e i terreni di famiglia in contrada Ziopà, lo considerava poco meno di un marziano. Quel ventenne dai modi garbati, venuto dall’Abruzzo a coltivare le terre dei suoi avi e un sogno nel cassetto, era un’entità avulsa da quelle viuzze da cui solitamente i giovani scappano. Prendono al volo la prima corriera o il primo treno e “imbarcano” per altri lidi. Di corsa verso gli operosi centri urbani del Nord e dell’Europa centrale. Invece lui no. Giovanni Celeste Benvenuto quella strada l’ha percorsa a ritroso. Incrociando i passi di suo padre, originario di Pizzo e accasatosi in Abruzzo. Rispondendo all’irresistibile richiamo di quella terra fertile e luminosa che fu dei suoi avi. Mosso da una “pazza idea”, attratto da una melodia ancestrale. Ma Giovanni non era uno sprovveduto. E nemmeno l’ultimo dei romantici. Giovanni Celeste aveva un chiodo fisso e delle solide basi. In quelle terre strette tra il lago Angitola e il Golfo di Sant'Eufemia, su quei terrazzamenti che guardano al mar Tirreno con alle spalle le prime alture delle Serre, aveva visto qualcosa di concreto. Un futuro in cui investire sudore e fatica. Lo aveva già capito, Giovanni, quando da bambino o appena adolescente tornava a Pizzo tutte le estati. Glielo sussurrava quell’uva gialla e zuccherina che un tempo abbondava sulla costiera. Glielo bisbigliavano quelle merendelle succose di cui serbava con nostalgia il ricordo durante il lungo inverno abruzzese. Tanto da credere di sentirne ancora il profumo nelle narici e il sapore sul palato. E quando periodicamente tornava, Giovanni, non rinunciava a far visita ai pochi contadini che ancora con caparbietà coltivavano quell’uva sempre più rara: lo zibibbo. Voleva carpirne i segreti, apprendere da loro i tempi e i riti della vigna. Erano sempre di meno quei contadini. Di anno in anno. Quel tesoro dorato andava scomparendo così come la cultura secolare sua custode. Ma Giovanni, in essa, ci aveva già scorto il suo futuro. Così, in contrasto a qualunque logica apparente, aveva deciso che il suo destino lo avrebbe ricondotto alla terra dei padri, in Calabria. Tra quei filari un tempo coltivati da suo nonno

A 18 anni capisce che i tempi sono maturi per il grande passo. Soppesando bene ogni scelta, studia e si forma. La laurea in Agraria gli fornisce le competenze teoriche e tecniche. Le sue convinzioni sul recupero dei vitigni autoctoni e sul potenziale del territorio gli indicano una via. La sua caparbietà e la sua forza di volontà fanno il resto. Giovanni prende in consegna i dieci ettari di terreno appartenuti al padre di suo padre, cinque dei quali vitati. Fonda un’azienda agricola. Investe tempo ed energie sul recupero dello zibibbo. Dà il suo contribuito affinché quel vitigno - prima negletto - ottenga il via libera alla vinificazione dalla Regione e che l’uva da cui trae sostanza divenga Presidio Slow Food. Nel 2014 nasce Cantine Benvenuto. Da lì a poco sarà la prima azienda a vinificare lo zibibbo. E la prima a proporlo in quattro versioni: secco, passito, in blend con la malvasia e in un’innovativa versione orange, la prima in Calabria. Nel suo carnet non solo zibibbo ma altre varietà rigorosamente autoctone: il calabrese (che qui si coltivava prima che i siciliani ne facessero un’icona col brand-name Nero d’Avola), il greco nero, il magliocco. Oggi Giovanni, 35 anni, è a capo di un’azienda che produce sei etichette diverse - tutte rigorosamente bio - e tappa 30mila bottiglie l’anno, destinate soprattutto all’estero (Francia - si avete capito bene Francia -, Regno Unito, Stati Uniti) e al canale della ristorazione. [Prosegue sotto la pubblicità]

I suoi vini hanno nomi che richiamano gli elementi naturali (Mare, Terra, Cielo). Le sue bottiglie denotano ricercatezza e originalità. Etichette dipinte da colori cangianti. La sua cantina è un faro nel mare ancora troppo poco solcato della viticoltura calabrese; una cattedrale nel deserto di quella vibonese. Il suo nome circola con sempre maggior frequenza nell’ambiente, suscita interesse di addetti ai lavori ed appassionati. Le guide più importanti, da Vitae a Veronelli, da Touring a Golosaria, additano Cantine Benvenuto a punto di riferimento. Realtà da tenere sott’occhio per prospettive e ambizioni. Nell'ultimo Vinitaly il suo stand è meta di intenditori. Una struttura aziendale snella, una rete di distribuzione dinamica e una naturale inclinazione all’innovazione ne fanno un vero e proprio astro nascente. La sua storia, intrisa di poesia, chiude il cerchio

Il 2018 è l’anno della consacrazione. Segnalazioni e riconoscimenti si rincorrono a celebrare un grande lavoro di ricerca e sviluppo che, c’è da scommetterci, porterà lontano la piccola cantina di provincia che non ha paura di crescere. «La mia è una produzione fortemente identitaria di questi luoghi - afferma con orgoglio Giovanni Celeste Benvenuto -. Sono convinto che in un vino si possano trovare le espressioni più autentiche di un territorio. Le sue sfumature e asperità. E che questa sia un’area che ha molto da raccontare, non solo in fatto di vini ma nell'agroalimentare in genere. Per questo, mosso dalla passione per il vino e dal profondo legame con le mie origini, ho puntato sulle produzioni autoctone, specie sullo zibibbo che ormai si andava perdendo per mancanza di un vero ricambio generazionale. Questa varietà - conclude - è un patrimonio non solo enologico ma soprattutto storico e culturale. Sarebbe stato un peccato lasciare che si disperdesse». 

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