Dopo l’annuncio della tregua tra Stati Uniti e Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz - con il passaggio ieri mattina delle prime navi -, a queste latitudini ci si aspettava qualche segnale positivo dalle pompe di benzina. Così come era stata immediata l’impennata dei prezzi ad inizio guerra, c’è infatti chi ieri è uscito di casa sperando di spendere qualcosa in meno per fare rifornimento. Ma la realtà, almeno per ora, racconta tutt’altro scenario.

Nel Vibonese ieri si sono registrati addirittura nuovi record, con il diesel che ha raggiunto quota 2,319 euro al litro. Un dato che evidenzia come l’annuncio della tregua di due settimane non si sia ancora tradotto in benefici concreti per i consumatori. A Vibo città e alle sue porte, a Mesiano, i cartelli segnalavano cifre dai 2,23 ai 2,29 euro. La colonnina accanto all’ospedale indicava addirittura 2,31 euro. I prezzi più bassi alle pompe Eni – 2,07 euro –, con numeri tuttavia in crescita rispetto alla giornata precedente (lungo l’ex statale 606 martedì sera il diesel costava 1,99 euro al litro con conseguenti code di auto in attesa di rifornimento). 

E non va meglio per chi viaggia a benzina e deve sborsare tra 1,79 e 1,87 euro al litro.

Eppure, proprio ieri mattina, il prezzo del petrolio ha subito un forte ridimensionamento, con un calo del 18% legato direttamente all’annuncio della tregua. E ieri sera ha chiuso in picchiata, sotto i 95 euro al barile. Un crollo significativo che, denunciano le associazioni dei consumatori, non si riflette però sui listini dei carburanti.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero delle Imprese e del Made in Italy, il gasolio continua a crescere in tutta Italia: sulla rete autostradale ha raggiunto una media di 2,191 euro al litro, in aumento rispetto ai 2,158 euro del giorno precedente, mentre la benzina si attesta a 1,825 euro al litro. Sulla rete ordinaria, il diesel ha già superato la soglia psicologica dei 2,2 euro al litro in diverse aree del Paese, con punte elevate soprattutto in Calabria, Lombardia, Valle d’Aosta e Sicilia. La Calabria, e il Vibonese in particolare, continua ad essere il territorio con i costi più salati.

Alla base di questa dinamica, com’è noto, il lungo blocco dello Stretto di Hormuz, durato circa un mese a causa del conflitto in Iran. Si tratta di un passaggio strategico fondamentale per il trasporto del petrolio dai Paesi del Golfo verso l’Europa, e la sua chiusura inevitabilmente incide sulle forniture e sui prezzi.

Gli esperti invitano però alla cautela: se all’inizio della guerra i rincari erano stati immediati e violenti, la fase attuale potrà essere caratterizzata da una discesa più lenta. Per vedere effetti concreti sui prezzi alla pompa, spiegano dell’Unem (l’associazione italiana dei petrolieri), potrebbero essere necessari diversi giorni. Un meccanismo che rischia però di penalizzare ancora una volta automobilisti e famiglie, già messi a dura prova dai rincari degli ultimi mesi. Fermo restando che le tensioni internazionali sono tutt’altro che superate e, nel suo primo giorno, la tregua è sembrata già vacillare – con anche il rischio di una nuova chiusura a Hormuz.