Un tempo grandi impianti, mare pulito e locali affollati convivevano grazie a un’identità solida e a un’economia che girava tutto l’anno. Oggi appare come un deserto puntellato di piccole oasi di musica e luci che ancora resistono, nonostante tutto. Ma il declino non si risolve con una scelta simbolica
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C’è stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui Vibo Marina era vitale, piena di luci e di voci, di musica e colori. E questo nonostante i serbatoi petroliferi si stagliassero già da decenni all’ingresso del porto. C’è stato un tempo in cui la presunta dicotomia tra vocazione turistica e industriale non esisteva, perché l’identità di Vibo Marina era solida e la sua capacità attrattiva non veniva scalfita dagli insediamenti industriali. Anzi, erano proprio quelli a garantire un’economia locale prospera durante tutto l’anno e non soltanto in quei fatidici 15 giorni in prossimità di Ferragosto.
L’indotto non era soltanto un termine buono per le statistiche, ma un riscontro oggettivo che si traduceva in ristoranti, negozi e servizi. Bivona pullulava di persone e gran parte di Vibo città si trasferiva qui durante i mesi estivi, con i più giovani che animavano le notti estive facendo la spola tra Pizzo e Tropea, ma avendo a Vibo Marina il baricentro della propria estate felice.
Nessuno allora si poneva il problema della presenza dei serbatoi, né dei grandi insediamenti industriali nella vicina Porto Salvo che macinavano fatturato a pieno regime. Il mare era pulito, il porto era accogliente e tutto aveva un senso, anche ciò che in realtà non avrebbe dovuto averlo, come l’abusivismo edilizio che stava ridisegnando il quartiere Pennello con la complicità di chi avrebbe dovuto vigilare. Il turismo conviveva con la grande industria, le case non erano mai sfitte e la gente non si faceva troppe domande.
Oggi che gran parte di quel tessuto industriale è ridotto ai minimi termini e Vibo Marina si è svuotata, restano solo le parole, la fantomatica scelta (sulla carta) tra vocazione commerciale e vocazione turistica, la decisione tra bianco e nero. Come se bastasse girare un interruttore per avere una nuova realtà, che invece avrebbe bisogno di anni di programmazione, idee, di passione autentica e non orientata dall’opportunità più conveniente in un determinato momento.
In un contesto politico reso arido dalla mancanza di prospettiva e di visione - che non coincide di certo con una pressoché inutile delibera consiliare sulla delocalizzazione dei depositi costieri adottata all’unanimità per coprirsi con l’unica foglia di fico disponibile - Vibo Marina continua a vivere il suo lento crepuscolo nel quale risuona la musica dei pochi locali ancora ostinatamente in attività. Note che in queste calde serate di giugno, quando da queste parti già non si poteva camminare per tutta la gente che c’era, rendono ancora più aspro il rammarico per l’occasione persa di un territorio che aveva tutte le potenzialità per competere con le località più frequentate della costa vibonese ma che oggi appare come un deserto puntellato di piccole oasi di musica e luci che ancora resistono, nonostante tutto.

