Gli studi medici traboccano di pazienti e allo Jazzolino si è arrivati a circa 200 accessi al giorno, mentre si moltiplicano le assenze lavorative. Il primario del Pronto soccorso: «Situazione difficile ma non siamo in emergenza»
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Vibo. Ore 16.30. Ambulatorio del medico di base. Entrare se non sei già infetto significa fare un tuffo carpiato nella nuova influenza stagionale. Decine i pazienti in fila. Tossiscono quasi tutti. Alcuni in maniera così angosciante da farti pensare che forse sarebbe il caso di chiamare un’ambulanza. Ma sono tutti qui per lo stesso motivo: i sintomi dell’influenza stagionale H1N1 e le sue varianti che stanno falciando la popolazione con incrementi notevoli rispetto allo scorso anno. Si sapeva che sarebbe stata brutta. Gli appelli a vaccinarsi si sono accavallati con insistenza negli ultimi mesi. Ma che fosse così brutta molti non se l’aspettavano.
«È peggio del Covid», riesce a dire a malapena una signora per poi tornare immediatamente a tossire nell’ennesimo fazzoletto di carta della giornata. «Per la prima volta ho pianto di paura - continua una volta calmato l’eccesso di tosse -. Non riuscivo a respirare. È dal primo gennaio che sto così male. Voglio che il medico mi controlli i bronchi perché sono molto preoccupata…», e torna a sussultare nel fazzoletto.
Molti sono già stati al Pronto soccorso dello Jazzolino, allarmati dalle notizie di polmoniti come conseguenza più grave dell’influenza. Un altro paziente in fila racconta della sua sortita nell’ospedale cittadino: «Ho visto decine di barelle nei corridoi e il personale medico in grande affanno, una situazione impressionante». Una percezione di piena emergenza che però non trova riscontro nel primario del Pronto soccorso, Enzo Natale, che riveste anche la carica di presidente dell’Ordine dei medici di Vibo: «È vero, dice, le patologie respiratorie sono aumentate di circa il 20% durante le festività natalizie, ma è un dato in linea con il resto del Paese. Non c’è una vera emergenza allo Jazzolino, perché riusciamo ad assistere tutti e i pazienti sulle barelle non rappresentano una criticità fin quando riusciamo ad assicurare dignità e puntualità delle cure, cosa che stiamo facendo». Natale, dunque, rigetta la descrizione di un Pronto soccorso al collasso, ma conferma il gran numero di accessi, con circa 200 al giorno da metà dicembre. I più colpiti dall’influenza, spiega, sono gli anziani e i giovani. «Il dato più emblematico - continua il primario - riguarda le polmoniti, che sono passate da una media di 2-3 a settimana a circa 6».
Intanto aziende, uffici e scuole registrano sempre più assenze, in vista del picco dell’epidemia che è previsto a metà gennaio.
Nel resto della Calabria non va certo meglio. Nei giorni a cavallo di Capodanno, a Cosenza sono stati registrati quasi 600 accessi in 48 ore con circa 50 ricoveri, a Reggio Calabria oltre 400 pazienti gestiti nello stesso arco temporale, mentre a Catanzaro si è registrato un afflusso massiccio soprattutto negli ultimi giorni. I casi più gravi hanno riguardato pazienti con complicanze respiratorie, con alcuni ricoveri in terapia intensiva. A Catanzaro, il primario del pronto soccorso dell'Azienda ospedaliera-universitaria Dulbecco, Giuseppe Masciari, ha spiegato che stiamo entrando «nel pieno del picco influenzale, con un numero importante di accessi che era stato previsto già da tempo». Il responsabile del pronto soccorso del Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria, Paolo Costantino, ha sottolineato che negli ultimi giorni «sono stati gestiti oltre 400 pazienti, nonostante i giorni festivi e una riduzione del personale».
Le complicanze dell'influenza, prima H1N1 e ora soprattutto H3, hanno colpito in prevalenza anziani e soggetti fragili, ma la difficoltà maggiore è stata la carenza di posti letto. Il direttore del dipartimento di Emergenza-Urgenza di Cosenza, Andrea Bruni, dopo avere ricordato i 600 accessi, 78 dei quali con ambulanza, e i 50 ricoveri tra area medica e chirurgica, ha precisato che «alcuni pazienti sono stati ricoverati in terapia intensiva». «Non si è trattato prevalentemente di anziani, spesso vaccinati – ha spiegato - ma di persone relativamente giovani con patologie concomitanti».

