In questa data ricorre anche l’anniversario dell’ordinazione sacerdotale del Beato sacerdote di Tropea. Il messaggio del fratello maggiore dell’Istituto don Sicari
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Nel giorno in cui la Chiesa universale festeggia la Pasqua di risurrezione di Cristo arriva il messaggio del fratello maggiore della famiglia Oblata, don Francesco Sicari. Una data in cui, per una felice coincidenza, ricorre anche il giorno in cui, nel 1924, il beato don Francesco Mottola venne ordinato sacerdote. «Per noi oblati del Sacro Cuore ma anche per il clero di questa diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea e dell’intera Calabria, così come anche per tutti i fedeli e devoti che hanno avuto modo di conoscere, in questi anni, la vita e la spiritualità del beato tropeano - afferma nell’occasione il rappresentante dell’istituto fondato dal sacerdote di Tropea - oggi è una festa doppia e ancora più solenne. Celebriamo la Pasqua in compagnia del nostro Beato ringraziando Cristo Risorto per la testimonianza profonda di fede e carità vissuta da don Mottola, un prete col bisogno forte di Cristo. Tutta la vita di don Mottola è stata un inno pasquale, un annuncio di resurrezione. Abbiamo bisogno, pertanto, di metterci alla scuola e confrontarci con questo testimone della nostra terra di Calabria per poter vivere ogni giorno il passaggio dalla rassegnazione alla speranza, dall’indifferenza all’impegno concreto a favore dei fratelli, con una speciale attenzione a coloro che ancora oggi, in questa società, non vengono considerati nella loro dignità di uomini e donne e di figli di Dio».
A seguire don Sicari sottolinea che la rassegnazione non è una virtù del Vangelo, ma anzi «quando uno si rassegna ammazza il Vangelo, perché il Vangelo parla di speranza, parla di Pasqua. Don Mottola non è stato un uomo rassegnato - spiega - anzi ha sognato il meglio per questa regione, per le nostre comunità. Parlando del seminario regionale negli anni della sua formazione così si esprimeva: “Bisognava vedere cosa fosse il Pio X, in quei tempi. Un rogo di vampe! Giovani che rinunziavano fieramente alle sollecitazioni del mondo, perché nella morte dei sensi, si alimentasse un’idea divina, perché quest’idea divina splendesse per il loro sacrificio, nella loro terra”. Tutta la sua vita è stata alimentata da questa fiamma interiore che allontanava la rassegnazione e invece alimentava la speranza e quindi l’impegno concreto, perché il bene trionfasse, perché l’uomo fosse messo al centro, tutto l’uomo, ogni uomo, il più povero per primo. Don Mottola - aggiunge - ha vissuto il suo sacerdozio in maniera totalizzante, non è rimasto chiuso nella sua casa, ma si è sporcato le mani, scendendo concretamente dentro i “tuguri” della Tropea dell’inizio del novecento per scorgere i Lazzaro del suo tempo coperti di piaghe e bisognosi di cura e tanto amore».
In conclusione il fratello maggiore della famiglia Oblata evidenzia che oggi, purtroppo, nonostante la società sia sempre più tecnologica e opulenta, «si registra tanta rassegnazione e tanta indifferenza». E a tal proposito ricorda due criticità attuali del Vibonese, «il “calvario” che sta concretamente sperimentando la Fondazione Casa della Carità di Vibo Valentia, per cui i ritardi nei pagamenti per prestazioni già erogate stanno mettendo a rischio la continuità delle terapie riabilitative e di conseguenza anche gli stipendi di lavoratori e lavoratrici, e la storia commovente della piccola Giulia e della sua super mamma Chiara di Santa Domenica di Ricadi, costrette a vivere ogni giorno in mezzo a grandi disagi e difficoltà ed il cui appello per una vita dignitosa ancora non ha trovato risposte concrete. Celebrare la Pasqua guardando don Mottola - termina don Sicari - deve essere per tutti un invito alla speranza e all’impegno concreto. Come lui, ognuno nel proprio stato di vita diventi certosino o carmelitana della strada, ossia pellegrino/a di speranza e di pace, perché non esiste pace vera senza giustizia».

