Nel corso della seconda guerra mondiale, in particolare dopo l'8 settembre 1943, furono molti gli italiani finiti nelle mani dei tedeschi, nei lager e nei campi di lavoro del Terzo Reich. Tra questi il ​​vibonese Fortunato Mesiano, nei giorni scorsi insignito a Torino della medaglia d'onore concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A consegnarla, il prefetto di Torino Donato Cafagna, a riceverla il figlio Giuseppe, anche a nome degli altri fratelli Antonio, Concetta e Angela. «Mesiano Fortunato - si legge nelle motivazioni alla base dell'attribuzione del riconoscimento - dopo la cattura a Baldissero d'Alba da parte dei tedeschi e repubblichini è stato portato dai tedeschi e dalla Rsi prima alla Caserma Ettore Muti di Bra, da qui tradotto prima nella famigerata caserma di via Asti a Torino gestita dalle milizie fasciste e naziste, poi nel carcere Le Nuove di Torino, cella 226, da qui tradotto con carri bestiami al Lager di Bolzano e dal Lager di Bolzano di Reichenau (Innsbruck), baracca n. 30, fino al primo maggio 1945».

Nato a Mileto, nel rione Calabrò, il 17 luglio 1911, Fortunato Mesiano è deceduto il 10 agosto del 1996 a Venaria Reale, Comune dell'area metropolitana di Torino. «Nostro padre durante la seconda guerra mondiale - raccontano i figli - era un sergente, decorato con 3 medaglie, la prima ricevuta per le operazioni di guerra sul fronte greco-albanese, la seconda nell'ex Jugoslavia, la terza come internato nei lager nazisti a Bolzano ea Reikenau in Germania, dal mese di agosto 1944 ai primi giorni di maggio 1945, e per aver partecipato a sei campagne di guerra con il 41emo e con il 207esimo reggimento di Fanteria». Al riguardo, interessante quanto emerge dal diario scritto di proprio pugno durante e poco dopo il suo internamento nel campo di concentramento di Reichenau, nel periodo di Pasqua del 1945. Dal 1941 al 1945 il Campo di “educazione al lavoro” fu gestito dalla Gestapo. Molti i deportati italiani transitati, in gran parte provenienti dal Campo di concentramento di Bolzano.

«Il 30 aprile, dopo lunghe sofferenze, fame ed oltraggi - racconta - mi son deciso a lasciare la Germania con una tormenta di neve che ci accompagna vicino a Bolzano. Tratti a piedi e tratti in treno sono arrivati ​​a Bolzano stanchi e con fama. Dopo otto mesi rivedo ancora il campo di concentramento di Bolzano, quel campo che mi ha fatto soffrire tanto. Era il campo della superbia dei tedeschi che hanno massacrato, ucciso tanta povera gente. Oggi invece, che si sente l'odore degli eserciti alleati, il campo è libero. Non c'è più nessun internato, non c'è più la bestia bionda tedesca che con il frustino ed il cane addestrava le bestie feroci, oggi il campo è libero ai borghesi, portando via tutto. Oggi il tedesco cerca di fuggire e mentre si ritira porta via tutto, specie migliaia e migliaia di biciclette nuove della fabbrica. Ancora una volta - prosegue - porta tutto dall'Italia. E così ho il grande onore di abbandonare la Germania, pregando il Signore che mi faccia ritornare alla mia famiglia. Anche oggi mi trovo vicino al campo di concentramento, in una casa dove dormivano gli operai della Lancia e mi trovo ancora vivo per miracolo perché i partigiani hanno piantato la bandiera tricolore con lo stemma reale ed hanno attaccato contro i tedeschi e sono partiti da questa zona e, scappando, i boia tedeschi hanno subito sparato contro la nostra casa che era isolata e sparando dentro eravamo perduti. Ma con l'aiuto del Signore - conclude - siamo rimasti salvi. Anche questo va ai signori tedeschi, ma dopo che hanno fatto tanti morti per le strade hanno smesso ed oggi cerco di avviarmi sempre a piedi verso Trento».

Successivamente Mesiano è ritornato nella “sua” Calabria, da dove ha potuto assistere da cittadino libero alle vicende italiane del periodo post bellico, fino alla data della sua morte avvenuta, come detto, nel 1996 a Venaria Reale, nella clinica “Papa Giovanni XXIII”. Le sue spoglie riposano oggi nel cimitero comunale di Mileto, accanto a quelle della moglie Rosina Scoleri.