Il 27 giugno i partecipanti sosterranno la prova conclusiva nel carcere di Laureana di Borrello dopo settimane di lezioni curate da Arsac, Università Mediterranea e Archeoclub. Le ricerche storiche dell’archeologa vibonese Annamaria Rotella che hanno riacceso i riflettori su questa varietà di olive bianche come confetti che rischiavano di scomparire
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Dalla cura di un olivo quasi scomparso a una nuova competenza professionale. Ventiquattro detenuti dell’Ica di Laureana di Borrello, in provincia di Reggio Calabria, sosterranno sabato 27 giugno l’esame finale per diventare assaggiatori di oli vergini di oliva. È uno dei passaggi centrali di "Coltivare Speranze", il progetto che unisce formazione negli istituti carcerari e salvaguardia della varietà Leucocarpa, conosciuta come Olivo della Madonna.
«I detenuti diventano assaggiatori di oli vergini di oliva grazie a "Coltivare Speranze" - annuncia Annamaria Rotella, archeologa e vicepresidente della sede di Vibo Valentia di Archeoclub d’Italia -. Il 27 giugno avremo gli esami finali, al termine di un percorso formativo che da settimane li vede impegnati in lezioni di teoria e pratica. I partecipanti sono 24».
Un percorso tra formazione e lavoro sul campo
Il corso è tenuto da personale docente dell’Arsac, da docenti della Facoltà di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dagli esperti di Archeoclub d’Italia. Rientra nel protocollo d’intesa sottoscritto dalla Casa di reclusione, dall’Arsac, dalla Pastorale della cura del Creato per la Conferenza episcopale calabra e da Archeoclub d’Italia Aps.
«Il protocollo si articola in una serie di attività che ruotano intorno alla riscoperta di un olivo assai particolare, dai frutti bianchi come confetti - spiega Rotella -. Era molto diffuso nei secoli passati nelle campagne calabresi, ma col tempo è quasi scomparso ed è stato dimenticato. Questa varietà produce frutti che, al momento dell’invaiatura, virano dal verde al bianco, mentre quelli delle altre cultivar diventano neri».
La riscoperta dell’Olivo della Madonna
Dell’Olea europaea varietà Leucocarpa si erano progressivamente perse le tracce. Nell’Ottocento, secondo le ricerche condotte da Rotella, dalle sue drupe si ricavava soprattutto l’olio destinato ad alimentare le lampade nelle chiese. Da questo impiego deriverebbe il nome di Olivo bianco della Madonna.
Dopo anni di ricerche sul campo, Rotella è riuscita a rintracciare la cultivar e da nove anni lavora alla mappatura degli esemplari antichi presenti in Calabria. La pianta è stata successivamente reintrodotta in numerosi centri calabresi e anche in alcuni comuni di Campania, Sardegna e Lazio.
«Dalle ricerche effettuate finora sembra che l’olio ottenuto dalle bianche drupe produca pochissimo fumo durante la combustione e ciò potrebbe averlo reso un combustibile ideale per le lampade all’interno delle chiese. Con l’avvento dell’energia elettrica è poi venuta meno l’esigenza di coltivare questa varietà».
Quando l’indagine è cominciata, aggiunge l’archeologa, si riteneva che gli esemplari secolari fossero ormai scomparsi. «Fortunatamente, fino a questo momento, ne sono stati ritrovati circa 120, distribuiti in 80 dei 404 comuni calabresi».
Il percorso dell’olivo bianco
Resta aperto il tema della protezione degli alberi più antichi. «Ad oggi non ci sono iniziative specifiche per mettere in sicurezza gli esemplari storici della cultivar, eppure sarebbe indispensabile per il mantenimento della biodiversità. L’impegno di Archeoclub Aps, Italia Nostra e Wwf Vibo Valentia è quello di creare in Calabria "Il percorso dell’olivo bianco", mettendo insieme le aree di diffusione, i diversi paesi, i luoghi di culto e gli areali olivicoli regionali».
Dal 2020, in occasione della giornata mondiale del "Tempo per la Cura del Creato", la sede vibonese di Archeoclub d’Italia, insieme alla Commissione regionale della Calabria per i problemi sociali e agli uffici diocesani, promuove inoltre la piantumazione di un Olivo della Madonna nei pressi delle chiese. L’obiettivo è recuperare il legame storico con la devozione popolare e favorire la diffusione della specie per sottrarla al rischio di estinzione.
Alla Leucocarpa sono stati dedicati anche due convegni nazionali, il primo nel 2023 nella diocesi di Cefalù e il secondo nel 2024 in quella di Mileto. Una terza edizione è in preparazione a Gravina in Puglia.
La coltivazione negli istituti carcerari
Nel progetto sono coinvolti anche il personale della struttura e gli stessi detenuti, che hanno già messo a dimora esemplari di Leucocarpa, contribuendo alla tutela della biodiversità. L’obiettivo è riprodurre la cultivar negli istituti penitenziari e donare poi gli alberelli alla Conferenza episcopale calabra per favorirne la diffusione.
«È un modello nazionale che parte dalla Calabria. Alla necessità di salvaguardare la varietà si uniscono il suo valore simbolico, paesaggistico e produttivo e la possibilità di riprodurla e coltivarla all’interno delle carceri - conclude Rotella -. Accanto all’attività di cura e donazione si è aggiunta la formazione sul campo attraverso i corsi professionali dell’Arsac e l’impegno del personale interno alla Casa di reclusione. Quando enti e associazioni operano in sinergia, i frutti sono assicurati: grazie alla fatica comune della cura, i desideri diventano percorsi e speranze concreti».

