Viaggiando lungo le strade dell’altopiano del Poro, «al posto dei campi coltivati si vedono macchie nere che coprono ettari di terreno». È da questa immagine che prende avvio la denuncia di Nicola Rombolà, docente ed esponente di Italia Nostra, che punta il dito contro la proliferazione degli impianti fotovoltaici nell’area compresa tra Zungri e Zaccanopoli, nel cuore di MontePoro.

Secondo Rombolà, «stanno assassinando l’anima del territorio del Poro», cancellando «una storia millenaria fatta di identità, di tradizioni, di attività agropastorali, di preziosa cultura contadina». Al posto «dei pascoli, dei campi coltivati, delle bionde spighe di grano che ondeggiano donando poesia e bellezza», oggi «spiccano macchie nere» che trasformano radicalmente il paesaggio di una delle aree considerate più fertili e suggestive della Calabria.

Il docente richiama anche un passaggio della celebre canzone di Adriano Celentano, reinterpretandone il significato: «Là dove c’erano i pascoli e i campi di grano ora ci sono i pannelli». Un’immagine che viene affiancata alle parole dell’archeologo Paolo Orsi che, già nel 1926, descriveva il territorio del Poro come una terra di «ricchezza di acque squisite, aria saluberrima» e «pascoli producenti squisiti latticini».

Da qui la domanda che attraversa tutta la riflessione: «Perché con tanti posti dove piazzare questi pannelli devono essere impiantati in una zona a grande vocazione agropastorale dove si produce vita, buon cibo ed energia veramente pulita?». Rombolà sostiene che esisterebbero alternative, «tantissimi tetti di eternit nei paesi» o «altri luoghi abbandonati», evitando così di compromettere un’area che «offre una visione unica al mondo, con all’orizzonte le isole Eolie».

Nel mirino finiscono anche le istituzioni, accusate di assistere passive allo «scempio». «Eppure c’è l’articolo 9 della Costituzione che tutela il paesaggio», osserva l’autore della nota, ricordando che la Repubblica «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni». Da qui l’interrogativo provocatorio: «O la Calabria ancora non fa parte della Repubblica?».

La denuncia assume poi toni ancora più severi sul piano sociale ed economico. Per Rombolà, infatti, «si continua a sfruttare, a colonizzare, a corrompere, a inquinare», alimentando «gli appetiti della criminalità» e favorendo «i nuovi padroni, i nuovi feudatari, i nuovi coloni che rapinano le risorse più preziose». Una trasformazione che, secondo il docente, rischia di spingere i giovani ad abbandonare ulteriormente il territorio, privato progressivamente «della bellezza dei luoghi» e della propria identità.

Nel documento si contesta anche il modello energetico perseguito negli ultimi anni. «Se una delle aree più ubertose della Calabria continua ad essere infestata da questi impianti, non darà più né raccolti né frutti», scrive Rombolà, sostenendo che «i costi si socializzano e i profitti si privatizzano». Viene inoltre richiamato il tema del microclima e della sottrazione di terreni agricoli destinati alla produzione alimentare.

Ampio spazio è dedicato anche al valore culturale e simbolico del Poro. L’autore richiama le battaglie di Pier Paolo Pasolini contro «la distruzione della civiltà contadina» e cita Giuseppe Berto, che negli anni Sessanta immaginava per l’area «un Parco naturale» capace di preservarne «lo straordinario valore paesaggistico e umano».

«Una volta che si toglie agli agricoltori e alle comunità la terra, il paesaggio, che cosa resta?», domanda ancora Rombolà. «Come può richiamare i turisti un territorio a cui viene tolta l’anima?». Da qui l’appello finale a «trovare strumenti per fermare lo scempio», anche alla luce del fatto che, secondo quanto riportato nella nota, «la Calabria produce già un surplus di energia proveniente da fonti rinnovabili».