Pizzo, l’ultima lezione del mare ad alunni sempre più distratti

Ben vengano i progetti di riqualificazione ma il mare possente dell’altro ieri un segnale lo ha lanciato, un avvertimento che dice: “Con la mia forza non si scherza”
Ben vengano i progetti di riqualificazione ma il mare possente dell’altro ieri un segnale lo ha lanciato, un avvertimento che dice: “Con la mia forza non si scherza”
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Il lungomare di Pizzo allagato
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di Pino Paolillo*

Stavolta il mare l’ha fatta grossa. La mareggiata più fotografata e postata del secolo ha lasciato sul campo una coltre di massi e detriti, tra l’altro proprio davanti al richiamo leopardiano al “dolce naufragar” in un elemento che, proprio di ispirare sentimenti poetici non ne vuole sapere, visto che, dopo la tempesta ha lasciato la quiete della devastazione. Ma non tutto il mare viene per nuocere: gli scaricatori abituali di lavatrici e spazzatura varia sono già costretti alla ricerca di un sito di stoccaggio (non chiamiamola discarica, per carità) vista la temporanea inaccessibilità della Seggiola, in attesa che la strada venga riaperta, come avviene ormai da decenni dopo ogni mareggiata, e che il servizio fai-da-te-che-nessuno-dice-niente venga ripristinato. Cinquant’anni fa dalle case del Carmine e dal Cinema Mele ci si affacciava per ammirare il blu profondo là sotto, e il paese era ancora “Il Pizzo” delle stampe e delle foto d’epoca: sospeso sul mare, tra la Marina da un lato e la Seggiola dall’altro. Poi si volle riempire di terra e massi quello che era acqua e spuma e la vergogna non ebbe più fine.

Mezzo secolo d’incuria e di oltraggio alla perduta bellezza, miliardi di vecchie lire “buttati a mare” (mai definizione fu più appropriata) per cercare di opporsi alla prepotente e legittima volontà delle onde di riprendersi quello che era stato tolto, quasi una rivolta della natura contro l’insulto della spazzatura e dell’abbandono. Ma indietro non si torna, e la bellezza del passato è destinata a rimanere custodita nei dolci ricordi della gioventù. Eppure una speranza che si possa quanto meno riscattare quei luoghi dal degrado in cui sono stati condannati da troppo tempo, sembra esserci: un progetto per un’area attrezzata alla base del costone roccioso, oggi invaso dai detriti e dai massi catapultati dai marosi. Ben venga, ma il mare possente dell’altro ieri un segnale lo ha lanciato, un avvertimento che dice: “con la mia forza non si scherza!” Guai dunque a sottovalutare la potenza delle onde, la furia di pareti d’acqua alte 7 o 8 metri che si scagliano con violenza contro qualsiasi ostacolo, spazzandolo via. Massi di due metri di circonferenza sono stati catapultati come sassolini, il muro di cemento che doveva proteggere la spiaggia della Seggiola, è finito sott’acqua, la darsena (per fortuna mai utilizzata), è stata ricoperta dai detriti scaraventati dalle onde ma, si badi bene (!) non è stata certamente la mareggiata più forte che si sia mai verificata in zona. Molti ricorderanno la notte di un Capodanno di qualche decennio fa, quando l’acqua arrivò a lambire la Chiesa della Marina e tutta la costa vibonese fu letteralmente devastata da una tempesta; eccezionale finché si vuole, ma che potrebbe ripetersi con conseguenze disastrose per la Marina: infatti è impossibile che l’improbabile non arrivi mai.

A proposito: da anni avevo sollevato la necessità di consolidare il vecchio molo della “Pizzapundi” (mi raccomando la “d”, come “Spunduni”), paventando il rischio di lesioni causate dalle onde. E sì che non ci voleva la laurea in ingegneria delle opere marittime, né che bisognasse ricordare il latino della goccia che scava la roccia per capire che qui, altro che di gocce si trattava, ma di valanghe d’acqua che spaccano tutto. E così è stato. Dopo tutto, il mare è un po’ come la storia: ogni volta ci dà lezioni. Ma il problema sono sempre gli alunni.

*Responsabile conservazione Wwf Vibo Valentia

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