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L’inchiesta era scattata nel 2014 ad opera della Dda di Catanzaro su un vasto giro di usura ed estorsioni ai danni di un commerciante. Le aggravanti mafiose reggono solo per un imputato

Cronaca

Confermata dalla seconda sezione penale della Cassazione la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Giancarlo Bianchi, il 6 aprile dello scorso anno ha condannato gli imputati dell’operazione ‘Insomnia’ scattata il 25 novembre 2014 con un provvedimento di fermo della Dda per fare luce su un vasto giro di usura ed estorsioni nelle province di Vibo Valentia e Reggio Calabria ai danni di un commerciante di abbigliamento e di oggetti preziosi, Sergio Baroni, poi divenuto testimone di giustizia. La sentenza di primo grado era stata emessa in abbreviato dal gip distrettuale di Catanzaro, Giuseppe Perri. Le condanne definitive per complessivi 25 anni e 4 mesi di reclusione interessano: Gaetano Cannatà, di 44 anni, di Vibo Valentia, condannato a 6 anni di reclusione; il fratello Francesco Cannatà, di 42 anni, di Vibo, 4 anni di carcere;  Damiano Pardea, di 33 anni, di Vibo Valentia, 3 anni e 4 mesi; Alessandro Marando, di 42 anni, di Rosarno, 3 anni di reclusione; Salvatore Furlano, di 49 anni, di Vibo Valentia, 5 anni di carcere (in foto); Giovanni Franzè, di 56 anni, di Stefanaconi, 4 anni (in foto in basso). Nel processo si erano costituiti parti civili la vittima, rappresentata dall’avvocato Michele Gigliotti, e la fondazione antiusura “Interesse Uomo” con l’avvocato Josè Toscano. Gli imputati a vario titolo dovevano rispondere dei reati di usura, tentata estorsione e violenza privata, reati aggravati dalle modalità mafiose, ai danni del commerciante di Vibo Valentia, Sergio Baroni, poi divenuto testimone di giustizia. Le aggravanti mafiose hanno però retto per il solo Gaetano Cannatà, così come in primo e secondo grado. In casa di Franzè e Pardea, i carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo Valentia avevano ritrovato diverso materiale di interesse investigativo. In particolare, in un negozio di abbigliamento sito su corso Vittorio Emanuele a Vibo, dove lavora Salvatore Furlano, gli investigatori avevano trovato una pistola calibro 6,35 con matricola abrasa ed un manoscritto con i riti di affiliazione alla ‘ndrangheta poggiato sopra una scatola di scarpe. Altro manoscritto con riferimenti all’affiliazione alla criminalità organizzata era stato poi rinvenuto all’interno dell’immobile di Giovanni Franze, ubicato a Stefanaconi. La vittima delle condotte usurarie, Giuseppe Sergio Baroni, è un commerciante di Vibo finito sotto usura dal 2010 attraverso un primo prestito di 5mila euro cresciuto a dismisura negli anni per via degli interessi usurari. Dopo esplicite minacce da parte degli arrestati al figlio minore del commerciante e ad altri familiari, la vittima aveva deciso nel giugno 2014 di collaborare con i carabinieri. Il commerciante è entrato quindi nel programma di protezione riservato ai testimoni di giustizia. Nei confronti di Salvatore Furlano, l’accusa di estorsione era stata invece derubricata nel reato di violenza privata già in primo grado. Per la Cassazione, che ha ritenuto “inammissibili” i ricorsi degli imputati e dei loro difensori, gli stessi sono da ritenersi proposti per motivi non consentiti in sede di legittimità, generici e manifestamente infondati. Tutti i ricorrenti, sia pure in misura diversa, hanno infatti, secondo la Suprema Corte, “in buona parte sollecitato un nuovo giudizio di merito, invocando di fatto una rilettura delle prove poste a fondamento della decisione impugnata”. Rilettura non consentita in Cassazione. 

 

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