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Carlo Chimirri è il padre di Nensy, la compagna del rampollo del clan di Limbadi. Impiegato alle Poste, suo malgrado è rimasto coinvolto nel sequestro di una maxi-piantagione a Capistrano

La piantagione di Capistrano, nei riquadri Chimirri e Mancuso
Cronaca

«Posso dire che in effetti lui non era d’accordo all’inizio sulla relazione che avevo con sua figlia e lo avevo anche minacciato. Lui è una persona che lavora alle Poste e si alza alle 5 di mattina. Poi ha dovuto accettarla». Parola di Emanuele Mancuso, il figlio del boss “Luni l’Ingegnere”. Emanuele, il primo pentito nella storia del clan Mancuso, lo specialista nella coltivazione e nei traffici di marijuana. In un passaggio delle sue dichiarazioni ai pm di Catanzaro, acquisite nel contesto dell’indagine “Giardini segreti”, offre anche un affresco della sua vita privata e di come egli abbia contribuito a rovinare la vita di una famiglia perbene. Ora che ha deciso di collaborare con la giustizia, pur facendo arrestare anche la compagna Nensy, prova a riparare scagionando il suocero. Si chiama Carlo Chimirri, un uomo perbene, che il 26 giugno del 2017 venne arrestato in flagranza di reato per il rinvenimento, in un terreno antistante la sua abitazione, a Capistrano, di una coltivazione di 10.000 piante di marijuana (in realtà, spiega però Emanuele Mancuso, quelle piante erano ben 18.000). Le aveva messe a dimora nel terreno incolto di una vecchietta, il suocero non c’entrava nulla, anche se non poteva non sapere di quella coltivazione illegale. «Poi una volta tratto in arresto, lo hanno messo agli arresti domiciliari. In ogni caso io e i miei soci ci siamo accollati il suo mantenimento, le spese legali per gli avvocati e i mutui da pagare». Chiedono gli inquirenti al pentito, perché - una volta arrestato - il suocero non avesse fatto il suo nome. Risposta scontata: costretto ad accettare la relazione pervicacemente voluta da sua figlia ed Emanuele Mancuso, il silenzio era ciò a cui si era evidentemente rassegnato per il resto della vita.

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