‘Ndrangheta, il pentito Albanese: «Minacciato per ritrattare nel processo Genesi a Vibo»

Scottanti rivelazioni del collaboratore di giustizia di Candidoni che ha deposto oggi a Reggio Calabria nel dibattimento per gli omicidi dei carabinieri Fava e Garofalo

Scottanti rivelazioni del collaboratore di giustizia di Candidoni che ha deposto oggi a Reggio Calabria nel dibattimento per gli omicidi dei carabinieri Fava e Garofalo

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Il palazzo di giustizia di Reggio dove si sta celebrando il processo

«Sono stato minacciato, mi hanno detto cosa avrei dovuto dire nel processo “Genesi”. L’ho fatto presente a chi di dovere, ma non gli è importato nulla a nessuno». Vuota il “sacco” dopo anni Gaetano Albanese, collaboratore di giustizia di Candidoni, paesino in provincia di Reggio Calabria al confine con quella di Vibo, che il 20 maggio 2010 aveva reso una testimonianza a Vibo Valentia nel processo nato dall’operazione antimafia denominata “Genesi” suscitando più di qualche perplessità. Una ritrattazione a tutto campo all’epoca, tanto che l’allora pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna, aveva chiesto ed ottenuto dal Tribunale collegiale di Vibo (presidente Di Marco, a latere i giudici Gallo e Piscitelli) l’utilizzazione delle dichiarazioni già rese da Gaetano Albanese nel dibattimento di “Metropolis”, inchiesta confluita nel maxiprocesso “Genesi”. Oggi Gaetano Albanese ha deposto nel processo “’Ndrangheta stragista” che vede imputati in Corte d’Assise a Reggio Calabria Rocco Santo Filippone, 78 anni, di Melicucco (ritenuto legato al clan Piromalli di Gioia Tauro), e Giuseppe Graviano, 55 anni, di Palermo, ritenuto il capo del mandamento mafioso di Brancaccio, accusati di essere stati i mandanti degli omicidi dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi il 18 gennaio 1994 sull’autostrada nei pressi del bivio di Scilla. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, il collaboratore di giustizia ha svelato i motivi della sua ritrattazione nel maxiprocesso “Genesi” celebrato a Vibo Valentia contro i clan Mancuso di Limbadi, Albanese di Candidoni, Morfei di Monsoreto di Dinami, Prostamo-Pititto-Galati di Mileto, Soriano di Filandari. «Dottore – afferma rivolgendosi a Lombardo – sto in carcere da tre anni e mezzo. Mi hanno trovato delle armi in casa. Ma io voglio dire la verità: le ho comprate perché sono stato minacciato. Quando ero sotto protezione, qualcuno mi ha trovato ed è venuto a dirmi cosa avrei dovuto dire al processo. Ecco perché ho dovuto dire che le cose affermate in precedenza non erano vere. L’ho fatto presente a chi di dovere, ma non glie è fregato nulla». «Invece era vero?» replica il pm Lombardo. Ed Albanese conferma: «Era vero, sì. Oggi lo posso confermare perché sto in carcere e non ho problemi che mi si possa trovare».                                                                                                                                    Eppure erano state proprio le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Gaetano Albanese, rese nell’udienza del 16 maggio 2000 nel processo “Metropolis” a far sì che l’allora presidente del Tribunale di Vibo Giuseppe Vitale (a latere i giudici Cristina De Luca e Stefano Troiani) disponesse, con un’articolata ordinanza del 20 luglio del 2000, la trasmissione di tutti gli atti alla Dda di Catanzaro. Ad avviso di quel Collegio, infatti, le dichiarazioni di Albanese, unitamente a quelle dei collaboratori Michele Iannello e Roberto Morano, delineavano reati aggravati dall’art. 7 della legge antimafia (modalità e finalità mafiose) non contestati nell’originario decreto di rinvio a giudizio. Gli atti di “Metropolis” (condotta dalla Procura ordinaria di Vibo) erano così confluiti nel procedimento “Alba” della Dda di Catanzaro, dando vita il 24 agosto del 2000 all’operazione antimafia “Genesi”. Chiamato però il 20 maggio 2010 dal pm della Dda di Catanzaro Giampaolo Boninsegna a testimoniare proprio nel processo “Genesi” (a dieci anni dall’operazione i cui fascicoli sono rimasti per quasi tre anni a Catanzaro perché non si trovava un gup compatibile con la trattazione dell’udienza preliminare), Gaetano Albanese aveva ritrattato tutto. Collegato in videoconferenza, l’ex “sgarrista” di Candidoni aveva solo ammesso di aver conosciuto i collaboratori Michele Iannello, Angelo Benedetto e Roberto Morano, ed i deceduti Carmine Galati di Mileto, Pietro Morfei di Monsoreto di Dinami e Rocco Molè di Gioia Tauro, gli ultimi tre già riconosciuti da sentenze definitive come capi dei rispettivi omonimi clan. Per il resto, Albanese aveva spiegato di «aver in passato inventato tante cose». L’ex pentito aveva confermato solo di aver partecipato, unitamente a «Salvatore di Fabrizia poi scomparso», Michele Iannello, Pasquale Pititto «sulla sedia a rotelle dopo un agguato», Roberto Morano  ed Annunziato Raso (quest’ultimo killer dei Molè-Piromalli e collaboratore di giustizia principale nello storico processo “Tirreno” celebrato in primo grado a Palmi), all’agguato dell’11 gennaio 1991 contro i fratelli Vincenzo ed Antonio Chindamo di Laureana di Borrello. Nessuna conferma però sui mandanti di quell’agguato, nonostante la sentenza definitiva del processo “Tirreno” avesse inchiodato alle proprie responsabilità, anche grazie alle dichiarazioni di Gaetano Albanese, i capi delle cosche Albanese, Piromalli, Mancuso e Molè. Sul fratello Antonio, imputato in “Genesi” ed indicato quale capo dell’omonimo clan, Gaetano Albanese aveva  ritrattato le accuse, descrivendolo come un semplice allevatore di bestiame contrario alla droga. Sempre Albanese aveva poi ricordato di aver conosciuto nel 1988 Diego Mancuso nel carcere di Vibo, ma di non ricordare di traffici di stupefacenti gestiti da Ottavio Galati, Giuseppe Iannello, Michele Silvano Mazzeo, Nazzareno e Giuseppe Prostamo, tutti di Mileto, nè di sapere nulla su rapine ad armerie e gioiellerie del Vibonese. Aveva inoltre scagionato dai traffici di droga i fratelli Salvatore e Roberto Cuturello di Nicotera, ammettendo solo di aver mandato due persone a sparare contro Francesco Nesci di Prateria, quest’ultimo intenzionato a «costituire un gruppo per le estorsioni» insieme all’assassinato Pietro Morfei, ritenuto a capo dell’omonimo clan di Monsoreto di Dinami.                                                                   Sull’omicidio di Giuseppe Russo, il giovane di Acquaro ucciso il 15 gennaio del 1994 per una presunta relazione con la cognata di uno dei condannati (il boss Antonio Gallace di Arena), ed i cui resti carbonizzati sono stati ritrovati proprio grazie alle rivelazioni di Gaetano Albanese, il collaboratore aveva infine scagionato Alessandro Morfei di Monsoreto dal delitto, nonostante le sentenze di colpevolezza siano ormai definitive. Oggi, quindi, dinanzi alla Corte d’Assise di Reggio Calabria, il nuovo “colpo di scena” di Gaetano Albanese: la deposizione del 20 maggio nel processo “Genesi” a Vibo (la sentenza di primo grado è del maggio 2013) gli è stata estorta dai clan del Vibonese. Costretto a mentire ed a ritrattare tutto per paura di ritorsioni da parte degli esponenti dei clan all’epoca imputati a Vibo. Quanto basta ed avanza perché il verbale con la deposizione di Albanese  finisca da Reggio Calabria all’attenzione anche della Dda di Catanzaro.           In foto dall’alto in basso: Santo Filippone e Giuseppe Graviano, i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, e il procuratore Giuseppe Lombardo  PER L’INTERA DEPOSIZIONE DEL PENTITO ALBANESE A REGGIO CALABRIA, LEGGI QUI: https://lacnews24.it/cronaca/ndrangheta-pentito-albanese-minacce-falso-genesi-cosche-vibonese_64379/
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