‘Ndrangheta: la genesi dell’inchiesta sui Piscopisani nella deposizione del luogotenente Lopreiato

Indagine affidata dalla Dda di Catanzaro prima ai carabinieri del Nucleo Operativo di Vibo e poi alla Squadra Mobile diretta all’epoca da Maurizio Lento

Indagine affidata dalla Dda di Catanzaro prima ai carabinieri del Nucleo Operativo di Vibo e poi alla Squadra Mobile diretta all’epoca da Maurizio Lento

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Assetti criminali in continua e veloce evoluzione in provincia di Vibo Valentia negli ultimi anni. Un mutamento rapido che non è sfuggito agli occhi attenti di alcuni investigatori che, più di altri, il territorio hanno imparato a conoscerlo vivendolo sul “campo”. In “trincea” ed in prima linea per anni. Da Serra San Bruno a Vibo Valentia, da Filandari a Limbadi, da Vibo Marina a Parghelia. A deporre ieri nel processo “Purgatorio” che vede imputati l’avvocato Antonio Galati e gli ex vertici della Squadra Mobile di Vibo, Maurizio Lento, ed Emanuele Rodonò, è stato il luogotenente Nazzareno Lopreiato, dal 1999 al 2014 comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo Valentia (in alto in una foto di repertorio).

Una testimonianza, la sua, utile per mettere il punto fermo su alcuni dati storici e di fatto che vanno a far chiarezza sulla nascita del gruppo criminale più pericoloso in provincia di Vibo Valentia e capace di opporsi anche alla più potente consorteria mafiosa dei Mancuso di Limbadi. Un gruppo criminale che prende il nome di “clan dei Piscopisani” perché con sede e roccaforte nella frazione Piscopio di Vibo Valentia.

La “benedizione” mafiosa dei Piscopisani. Fondamentale nella ricostruzione della genesi dell’affermazione criminale del clan di Piscopio, un summit di ‘ndrangheta ai più alti livelli che si è tenuto nel 2008 al ristorante L’Aragonese di Pizzo Calabro, per come ricordato ieri nel corso del suo esame dal luogotenente Nazzareno Lopreiato (attualmente docente di materie penali alla Scuola allievi carabinieri di Reggio Calabria) e per come riportato stamane anche dal Quotidiano del Sud.

Una vera e propria riunione di ‘ndrangheta a Pizzo per tenere a “battesimo” il nuovo “locale” di Piscopio con al vertice le “famiglie” Battaglia, Fiorillo e Galati e la “benedizione” delle cosche della jonica reggina come i Commisso di Siderno.

Un summit “intercettato” in diretta proprio da Nazzareno Lopreiato che, per conto della Dda di Torino impegnata ad indagare nell’ambito della storica operazione antimafia denominata “Minotauro”, nel 2008 è riuscito a pedinare Rosario Battaglia e Michele Fiorillo, alias “Zarrillo”, di Piscopio (in foto) sino al ristorante di Pizzo Calabro dove si è tenuta una riunione di ‘ndrangheta – riconosciuta come fondamentale pure nell’ambito dell’inchiesta “Crimine” della Dda di Reggio Calabria che per prima ha riconosciuto l’esistenza del nuovo “locale” di Piscopio – ai massimi livelli. Oltre a Rosario Battaglia e Michele Fiorillo, il luogotenente Nazzareno Lopreiato è riuscito infatti a documentare e fotografare la presenza di: Nazzareno Fiorillo, detto “U Tartaru”, di Piscopio, Salvatore Giuseppe Galati (Pino) di Piscopio (in foto), Benvenuto Praticò, Domenico Prochilo e Giuseppe Catalano, tutti personaggi della jonica reggina trapiantati a Torino. Infine la presenza più importante, quella di Giuseppe Commisso di Siderno, alias “U Mastru”, ritenuto il boss dell’omonimo e storico clan al vertice dell’organismo di ‘ndrangheta denominato “Provincia” e posto al vertice dei singoli “locali” del Reggino e del Vibonese.

La nascita dell’indagine a Catanzaro sui Piscopisani. Il “rapporto” di quel servizio di pedinamento e osservazione è finito poi all’attenzione della Dda di Torino nell’ambito dell’inchiesta “Minotauro”. Investigatori piemontesi che l’allora comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo Valentia, Nazzareno Lopreiato, ha poi raccontato di aver incontrato a Genova subito dopo l’omicidio del boss di Serra San Bruno, Damiano Vallelunga, (in foto) il capo dei clan dei “Viperari” delle Serre – ucciso nel settembre del 2009 dinanzi al santuario di Cosma e Damiano – che il luogotenente aveva già investigativamente ben conosciuto avendolo arrestato e fatto condannare nell’ambito della storica operazione antimafia denominata “Mangusta” della Dda di Catanzaro.

 Un personaggio, Damiano Vallelunga, che non sarebbe stato estraneo al nuovo riassetto della “geografia” mafiosa in parte del Vibonese con l’ascesa criminale del nuovo “locale” di ‘ndrangheta di Piscopio. Dall’incontro di Genova, ecco così l’invio delle carte di “Minotauro” all’allora pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna. In quel periodo, però, il luogotenente Nazzareno Lopreiato si stava occupando anche dell’inchiesta sul temibile clan dei Tripodi di Porto Salvo e Vibo Marina, con diramazioni in mezza Italia, e da qui il passaggio delle carte dell’operazione “Minotauro” ai carabinieri del Nucleo operativo di Vibo Valentia diretti all’epoca dal maggiore Vittorio Carrara, al fine di un più celere loro studio e conseguente invio di un’informativa di reato – o richiesta di intercettazioni – all’allora pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna, magistrato che ha coordinato per primo l’intera fase investigativa dell’indagine sul clan dei Piscopisani. Stante la fase di stallo delle investigazioni ad opera dei carabinieri del Nucleo operativo di Vibo, il pm Giampaolo Boninsegna, per come emerso ieri in aula, alla fine decise però di togliere la delega delle indagini sul clan dei Piscopisani ai carabinieri del Nucleo operativo per affidarla invece alla Squadra Mobile di Vibo guidata all’epoca da Maurizio Lento.

L’alleanza fra i Patania e i Piscopisani. Rispondendo alle domande dell’avvocato Sergio Rotundo (difensore di Antonio Galati) e del pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, il luogotenente Nazzareno Lopreiato ha infine portato il Collegio giudicante, presieduto dal giudice Alberto Filardo, a conoscenza della circostanza che per un lungo lasso temporale – e precisamente sino al settembre del 2011 quando si verificarono gli omicidi di Michele Mario Fiorillo e Fortunato Patania (in foto in basso) che diedero il via alla faida – i Piscopisani ed i Patania hanno operato insieme e di comune accordo sul versante criminale. Prova ne è l’inchiesta “Zain”, condotta proprio dai carabinieri della Stazione di Vibo Valentia e dal comandante Nazzareno Lopreiato, che ha documentato l’estorsione al titolare di un mulino fatta di comune accordo dai Patania e dai Piscopisani. Un’inchiesta importante che documenta l’operatività delle due consorterie criminali – Piscopisani e Patania di Stefanaconi – agli albori della guerra di mafia che fra il 2011 ed il 2012 ha poi insanguinato il Vibonese.