‘Ndrangheta: Emanuele Mancuso ed i rapporti con Castagna e lo zio Antonio

Le inedite dichiarazioni del collaboratore di giustizia sull’imprenditore del Vibonese ed il boss al vertice del casato mafioso di Limbadi e Nicotera

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Mirano a ribaltare il verdetto assolutorio di primo grado nel processo “Black money”, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso di cui la pubblica accusa chiede ora l’acquisizione in appello al fine di provare il reato associativo. Fra le dichiarazioni inedite del collaboratore – sentito a verbale il 10 dicembre scorso – non mancano quelle che chiamano in causa il boss Antonio Mancuso, 81 anni, patriarca dell’omonimo clan (condannato in primo grado a Vibo a 5 anni di reclusione a fronte di una richiesta di pena a 27 anni), e l’imprenditore di Ionadi, attivo nel ramo della siderurgia, Antonino Castagna. 

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Le dichiarazioni su Antonio Mancuso. “Mio zio – ricorda Emanuele Mancuso – era chiamato don Paperone. Ricordo che ha avuto una brutta lite quando, nonostante l’età, si è presentato di fronte alla casa di Caterina Rizzo, moglie di Peppe ‘Mbrogghja, e giunto sul posto fece uscire Salvatore Cuturello e lo prese a schiaffi perché Cuturello aveva mandato a chiamare Giovanni D’Aloi in quanto quest’ultimo aveva toccato qualche imprenditore. Mio zio si era infastidito perché D’Aloi – suo uomo di fiducia – non lo poteva toccare nessuno. Pertanto ha preso a schiaffi Cuturello davanti casa. Ne ho sentito parlare molto in famiglia». Giovanni D’Aloi, 53 anni, di Nicotera, ma residente a San Calogero, è stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa nel troncone del processo “Black money” celebrato con rito abbreviato. Salvatore Cuturello è invece il genero del boss Giuseppe Mancuso (cl. ’49), alias ‘Mbrogghja, quest’ultimo detenuto dal 1997 per scontare una condanna a 30 anni per omicidio, associazione mafiosa e narcotraffico. Giuseppe Mancuso è nipote di Antonio Mancuso, in quanto figlio del defunto fratello Domenico (cl. ’27).  [Continua dopo la pubblicità]

Emanuele Mancuso su Castagna. “Castagna Antonino è uomo di mio zio Mancuso Antonio, è nato con loro – dichiara il collaboratore – ed ha un grosso patrimonio economico che però non è integralmente suo. Castagna aveva a che fare con lo zio Antonio. Era legatissimo anche a mio zio Pantaleone Mancuso, “Vetrinetta”, che in una occasione per sollevarlo dalle continue “pressioni” ricevute dai Soriano, aveva dato a Leone Soriano circa duemila euro o due milioni di lire, non ricordo bene perché il fatto è risalente nel tempo. Mi ha raccontato l’episodio lo stesso Leone Soriano prima che venissero avviate le attività di intercettazione”. 

Quindi il racconto di Emanuele Mancuso su “un incontro che ho avuto con lo stesso Castagna quando sono andato a parlare della vicenda della busta paga del mio amico Bartolotta di Stefanaconi. In tale occasione – dichiara Mancuso – l’imprenditore Castagna si presentò a me come un mafioso perché, dopo avermi fatto accomodare a casa sua, iniziò ad elogiare la mia famiglia ed i rapporti che aveva con la stessa, in particolare con mio zio Antonio, mio zio Luni “Vetrinetta” e mio zio Luigi Mancuso. Il rapporto più intimo l’aveva con Antonio Mancuso, ma diceva di conoscere mio padre e tutti gli altri componenti della famiglia.

Il licenziamento. Al termine di quell’incontro – spiega Emanuele Mancuso –  non appena facevo rientro, mi veniva a chiamare Pasquale Gallone per chiedermi di concludere la trattativa con Castagna, dicendo che avrebbe mandato il licenziamento a Bartolotta per fargli percepire la cassa integrazione, ma che l’avrebbe comunque dovuto licenziare perché loro volevano dimostrare al Tribunale delle misure di prevenzione che nella sua azienda l’imprenditore non aveva rapporti con pregiudicati e con famiglie di ‘ndrangheta, per sottrarsi così alle eventuali misure dei giudici. L’attività di Castagna, per quanto ne so – conclude il collaboratore – è pure fittizia, perché è in parte dalla mia famiglia ossia del ramo degli zii ed in particolare di Antonio Mancuso”.

Luigi Mancuso e Castagna. “Dieci giorni prima del fermo di indiziato di delitto dell’operazione sul clan Soriano – ricorda Emanuele Mancuso – mi chiamò mio zio Mancuso Luigi e mi disse: non mi interessa più Castagna, possono fare quello che vogliono, che i Soriano facciano quello che vogliono”. La deduzione del collaboratore sul punto è la seguente: “Loro sapevano delle indagini, perché se Castagna è Castagna ed è con il gruppo Mancuso e fino a quel momento se ne era interessato mio zio Luigi tanto da prendere tempo con Soriano Leone per dargli dei soldi, accusarlo dell’incendio dell’escavatore e poi richiedere il mio intervento per placare lo stesso Soriano, non può all’improvviso dall’oggi al domani venir meno questo interesse. Vuol dire che zio Luigi Mancuso – afferma il collaboratore – secondo me voleva sbarazzarsi di Soriano Leone in altro modo perché loro, secondo me, sapevano delle indagini”. 

L’assoluzione di Castagna. Nei confronti di Antonino Castagna, 68 anni, attivo nel settore della siderurgia e con azienda nella zona industriale di Portosalvo e commesse in mezzo mondo, il pm Marisa Manzini aveva chiesto in primo grado nel processo “Black money 12 anni di reclusione, ma è stato assolto dal Tribunale di Vibo Valentia per non aver commesso il fatto. Nel gennaio 2018 gli  è stata revocata la sorveglianza speciale, mentre la Corte d’Appello ha confermato il dissequestro – già deciso del Tribunale di Vibo “Misure di prevenzione” – di beni per un valore di circa 80 milioni di euro al quale la Dia il 23 febbraio 2015 aveva apposto i “sigilli” sulla scorta delle risultanze investigative confluite nell’operazione antimafia denominata “Black money”. Nei processi “Ragno” e “Nemea” contro il clan Soriano, l’imprenditore Castagna figura quale parte offesa.   

In foto nel riquadro: Emanuele Mancuso e Antonio Mancuso. Nl testo dall’alto in basso: Giovanni D’Aloi, Antonino Castagna e Luigi Mancuso      LEGGI ANCHE: ‘Ndrangheta: Emanuele Mancuso ed i tradimenti in famiglia per uccidere Scarpuni

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