giovedì,Maggio 19 2022

Processo Purgatorio in appello: assoluzioni per l’avvocato Galati ed i poliziotti Lento e Rodonò

Nessuna collusione con il clan Mancuso. I giudici di secondo grado riformano la sentenza del Tribunale di Vibo e scagionano il legale. Confermate le assoluzioni degli ex vertici della Squadra Mobile di Vibo

Processo Purgatorio in appello: assoluzioni per l’avvocato Galati ed i poliziotti Lento e Rodonò
La Corte d'Appello di Catanzaro
L’avvocato Antonio Galati

Il fatto non sussiste. Questa la formula assolutoria usata dalla Corte d’Appello di Catanzaro (Loredana De Franco presidente, giudici a latere Adriana Pezzo e Giovanna Mastroianni) per scagionare totalmente l’avvocato Antonio Galati del Foro di Vibo Valentia dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa che gli era costata in primo grado (Tribunale di Vibo all’epoca presieduto dal giudice Alberto Filardo, a latere i giudici Graziamaria Monaco e Raffaella Sorrentino) – al termine del processo nato dall’operazione “Purgatorio” – la condanna a 4 anni e 6 mesi . Per lo stesso reato, la Corte d’Appello ha confermato le assoluzioni “perché il fatto non sussiste” dell’ex capo della Squadra Mobile di Vibo Valentia, Maurizio Lento, e dell’ex vice Emanuele Rodonò. Nei confronti di quest’ultimo, condannato in primo grado ad un anno per rivelazione di segreti d’ufficio, la Corte d’appello in relazione a tale ipotesi di reato ha dichiarato la prescrizione (l’aggravante mafiosa era già caduta in primo grado). [Continua in basso]

Maurizio Lento

Come in primo grado, il pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, aveva chiesto per l’avvocato Antonio Galati la condanna a 7 anni ed 8 mesi. Sei anni era invece la richiesta di pena formulata per Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò. La Corte d’Appello, riformando la sentenza del Tribunale di Vibo Valentia nei confronti di Antonio Galati, ha revocato nei suoi confronti anche la misura di sicurezza applicata con la sentenza di primo grado. Revocate pure le statuizioni civili (risarcimento dei danni) contenute nella sentenza di primo grado. Non ha retto, dunque, l’impianto accusatorio messo in piedi dalla Dda di Catanzaro (all’epoca l’operazione “Purgatorio” era scattata con il coordinamento dell’allora procuratore di Catanzaro Giuseppe Borrelli e del pm Simona Rossi, con accusa poi sostenuta in aula prima dal pm Camillo Falvo e poi dal pm Annamaria Frustaci) su indagini condotte sul “campo” dai carabinieri del Ros di Catanzaro all’epoca guidati dal maggiore Giovanni Sozzo.

Emanuele Rodonò

Alla luce della sentenza d’appello, dunque, si può affermare che i due ex dirigenti della Squadra Mobile di Vibo Valentia, Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò, non hanno favorito in alcun modo il clan Mancuso nell’espletamento del loro lavoro alla Questura. Stessa cosa si può affermare ora pure per l’avvocato Antonio Galati, atteso che i giudici hanno fatto cadere per lui, «perché il fatto non sussiste», l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (clan Mancuso).
La condanna rimediata in primo grado da Emanuele Rodonò (un anno, con sospensione della pena e non menzione per il reato di rivelazione di segreti d’ufficio) si riferiva ad una presunta rivelazione all’avvocato Galati di alcuni arresti effettuati dai colleghi della Squadra Mobile di Bologna. Ma tale condotta non era stata finalizzata a favorire alcun gruppo criminale, e meno che mai di stampo mafioso, atteso che il Tribunale di Vibo aveva escluso l’aggravante delle finalità mafiose. La Corte d’Appello in relazione a tale accusa ha dichiarato il «non doversi procedere per intervenuta prescrizione».

L’operazione “Purgatorio” era scattata nel febbraio del 2014 con gli arresti dei tre imputati oggi assolti con formula ampia, successivamente scarcerati, dopo quasi sei mesi di detenzione, per affievolimento delle esigenze cautelari.
Un processo lungo e con al centro diversi episodi ricostruiti dagli inquirenti (carabinieri del Ros di Catanzaro principalmente, ma anche Squadra Mobile di Catanzaro) attraverso una serie di intercettazioni ambientali nell’auto dell’avvocato Antonio Galati e nel casolare di Limbadi del boss Pantaleone Mancuso (cl. ’47), deceduto in carcere nell’ottobre del 2015 e cliente dell’avvocato Galati. Episodi che non hanno retto al vaglio sia del Tribunale di Vibo, che ora della Corte d’Appello di Catanzaro, per dimostrare la penale responsabilità dei due ex dirigenti della Squadra Mobile. In Appello è arrivata anche l’assoluzione con formula piena per l’avvocato Antonio Galati. Il processo arrivato a sentenza d’appello rappresenta solo una costola di una più ampia inchiesta già archiviata nel 2012 e nel 2013 dal gip di Salerno, Dolores Zarone, per inconsistenza totale delle accuse rivolte a tre magistrati. [Continua in basso]

Alla base di buona parte dell’impalcatura accusatoria, costruita dai pm Giuseppe Borrelli e Simona Rossi (firmatari della richiesta di arresto passata al vaglio del gip Abigail Mellace), vi era l’attività investigativa, confluita in una voluminosa informativa, dell’allora maggiore dei carabinieri del Ros di Catanzaro, Giovanni Sozzo. Altra parte delle indagini – che non hanno retto al vaglio del Tribunale ed ora pure della Corte d’Appello – erano state invece condotte dalla Squadra Mobile di Catanzaro, diretta all’epoca da Rodolfo Ruperti, attuale vice questore vicario a Pisa dopo aver diretto per sei anni la Squadra Mobile di Palermo.

Per le parti civili si erano costituiti in giudizio la presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero dell`’Interno, il Comune di Limbadi e la Regione Calabria che avevano presentato delle note scritte. Fra 90 giorni il deposito delle motivazioni della sentenza di un processo che, come ricordato dal pm Annamaria Frustaci nel corso della requisitoria di primo grado, «lascerà un segno indelebile nella storia giudiziaria del circondario vibonese».
Maurizio Lento era difeso dall’avvocato Maurizio Nucci; Emanuele Rodonò dagli avvocati Armando Veneto e Rita Fenio; Antonio Galati dagli avvocati Sergio Rotundo e Francesco Gambardella.

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