mercoledì,Agosto 10 2022

Il clan Mancuso in Lombardia: la genesi dell’inchiesta “Medoro” e gli elementi mancanti

Ecco come è nata l’indagine chiusa nei confronti di 30 indagati. I rapporti con i fratelli Antonio e Luigi Mancuso ed i ruoli dei Di Giacco, di Aquilano, Comerci e Desiderato, da Nicotera a Milano

Il clan Mancuso in Lombardia: la genesi dell’inchiesta “Medoro” e gli elementi mancanti
Il Tribunale di Milano e nel riquadro Luigi e Antonio Mancuso

E’ iniziata nel febbraio del 2018 l’inchiesta “Medoro” della Dda di Milano che giovedì scorso ha portato alla conclusione delle indagini preliminari nei confronti di 30 indagati. In particolare, l’inchiesta coordinata dal pm Alessandra Cerreti è nata dalla necessità di monitorare la presenza sul territorio lombardo di alcuni personaggi ritenuti «contigui al clan Mancuso di Limbadi», con gli investigatori che si sono subito imbattuti nelle figure di Antonio Virgillo e Antonio Prenesti, entrambi originari di Nicotera ma da anni residenti a Milano (non coinvolti nell’inchiesta Medoro al pari dei fratelli Antonio e Luigi Mancuso). [Continua in basso]

Pasquale Gallone

Tra i mesi di febbraio e maggio 2017 venivano effettuati dei servizi di osservazione sul conto di Pasquale Gallone di Nicotera (condannato a 20 anni in abbreviato a Rinascita Scott), ritenuto uno dei fedelissimi del boss Luigi Mancuso. «Proprio per tale sua particolare vicinanza, Pasquale Gallone nel corso dell’attività captativa avviata dalla Dda di Milano, verrà definito “maggiordomo” del boss.  Con i suoi spostamenti e contatti – sottolinea il gip di Milano –Pasquale Gallone ha disegnato una trama di relazioni nell’ambito della quale è stato possibile individuare personaggi originari della provincia di Vibo Valentia “vicini” alla cosca Mancuso e quelle ad essa collegate e dimoranti nel territorio milanese. Proprio dall’approfondimento investigativo del “contesto lombardo”, entro il quale si è mosso Pasquale Gallone, sono emerse due figure di assoluto interesse:  Antonio Orlando Virgillo ed Antonio Prenesti soggetti – rimarca il gip – strettamente legati a Luigi Mancuso, attuale capo indiscusso della omonima cosca. E’ pertanto dal monitoraggio di tali due personaggi che è stato possibile individuare gli ulteriori soggetti indagati nel presente procedimento».

I dissapori di Luigi Mancuso con Aquilano

Luigi Mancuso

«Tra tutti i soggetti facenti parte della “Generazione degli 11” dei Mancuso, quelli che hanno “più attinenza” con la presente indagine sono Antonio Mancuso cl. 38 e Luigi Mancuso cl. 54. Il primo perché suocero dei due principali indagati – Luigi Aquilano, 44 anni, di Nicotera, residente a Milano (genero del boss Antonio Mancuso) e Salvatore Comerci, 37 anni, di Nicotera, altro genero di Antonio Mancuso e, quindi, cognato di Aquilano – il secondo (Luigi Mancuso) poiché attuale reggente dell’omonima famiglia e con il quale sono stati documentati dei “dissapori” con Luigi Aquilano».

Lo stesso Aquilano che, ad avviso del gip, pur essendo «ben disposto a commettere reati, a essere coinvolto in affari illeciti e a mantenere contatti con soggetti di tutto rilievo nel panorama mafioso calabrese, al tempo stesso non possiede alcun autonomo peso in tale contesto. E sarà proprio il suo modo di essere e i suoi comportamenti spesso millantatori e poco schietti e spesso impulsivi e arroganti a suscitare commenti negativi nei suoi confronti, riportati alla famiglia d’origine da persone a questa vicina. E’ il caso della lite tra Aquilano e Pino Mangone, soggetto vicino a Luigi Mancuso, in merito a un rapporto di debito pregresso, in occasione della quale, di fronte alla spendita del nome di Luigi Mancuso da parte di Mangone, Aquilano si era fatto forte del legame più stretto con il suocero Antonio Mancuso (“io devo dare conto solo al suocero mio”), suscitando il risentimento dello zio acquisito, Luigi Mancuso, per la risposta impertinente del “nipote”». [Continua in basso]

La cena a Milano

Piazza Duomo a Milano

«Gli eventi documentati il 18 febbraio 2019 hanno consentito di determinare l’attualità dei rapporti – esistenti da almeno 30 anni – tra Virgillo e Luigi Mancuso. Grazie alle intercettazioni ed ai servizi di osservazione svolti a riscontro delle risultanze acquisite, si è potuta documentare una cena organizzata la sera del 18 febbraio 2019 in centro a Milano, alla quale hanno partecipato: Luigi Mancuso insieme alla moglie, alla figlia ed al genero; Antonio Virgillo con la convivente; Antonio Prenesti (alias “Mussu Stortu”), già condannato per appartenenza al clan Mancuso e attualmente sotto processo per l’omicidio del boss del poro Raffaele Fiamingo; Giuseppe Mangone di Mileto, imputato in Rinascita Scott.

In ogni caso, ad avviso del gip, le indagini hanno consentito di documentare come Salvatore Comerci, Nicola La Valle, 52 anni, nativo di Reggio Calabria ma residente a Milano, e i fratelli Edoardo Di Giacco, 39 anni, di Badia di Limbadi, residente a Milano e Giuseppe Di Giacco, 37 anni, di Badia di Limbadi, residente a Milano «fossero autonomamente operativi nel mercato di sostanze stupefacenti, godendo ognuno dei propri canali di rifornimento e smercio. Parimenti, è emersa una vera e propria libertà ed autonomia di iniziativa senza notiziare gli altri». Sempre il gip ha poi spiegato che Salvatore Comerci (coinvolto ma assolto per l’estorsione al commerciante di Nicotera Carmine Zappia) «non fa parte della “famiglia Aquilano” e ciòlo si evince non solo dai suoi intimi rapporti con Luigi Mancuso, al quale non si sarebbe mai “contrapposto” – così come pure Nicola Valle e Giuseppe Di Giacco – ma anche da una serie di conversazioni dalle quali si desume chiaramente come non vi fosse alcuna condivisione di un programma illecito comune ma una reciproca conoscenza delle rispettive attività anche illecite».

Quanto invece a Francesco Orazio Desiderato, 48 anni, di Nicotera, residente a Berlassina (Mb), alias “Fringuello”, nipote acquisito di Antonio Mancuso cl. 38 e quindi cugino di Rosaria Mancuso, moglie di Luigi Aquilano, lo stesso è sottoposto alla detenzione domiciliare dal 28 luglio 2016 ed è gravato da numerose condanne definitive, anche per associazione a delinquere finalizzate al narcotraffico, cumulate in 30 anni di reclusione. Anche nei suoi confronti, però, ad avviso del gip «difettano quei fatti concludenti da cui evincere una stabile e duratura condivisione di un programma associativo, poiché le limitatissime condotte poste in essere non sono affatto sintomatiche dell’apporto al gruppo ma unicamente a Luigi Aquilano».

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