L’appello del Wwf di Vibo contro l’uccisione indiscriminata di serpenti

Il responsabile scientifico Pino Paolillo elenca le diverse specie e ricorda: «In Calabria sono nove le specie diffuse, e solo una è velenosa: la vipera». Ecco come riconoscerli e cosa fare

Il responsabile scientifico Pino Paolillo elenca le diverse specie e ricorda: «In Calabria sono nove le specie diffuse, e solo una è velenosa: la vipera». Ecco come riconoscerli e cosa fare

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Un Biacco giovane

Sa bene, Pino Paolillo, responsabile scientifico del Wwf di Vibo Valentia, che fare l’avvocato difensore dei serpenti è ruolo arduo. Ma ci prova, perché questi animali striscianti e “maledetti” «per favolistica tradizione biblica», sono quasi tutti innocui, soprattutto in Calabria. «Su quasi 3000 specie presenti in tutto il mondo – ricorda Paolillo – solo 400 sono velenose e solo 100 sono effettivamente pericolose per l’uomo, ma, senza voler oltrepassare i confini regionali, mi limito a ricordare che l’unica specie velenosa in Calabria è la Vipera comune (Vipera aspis), mentre le rimanenti otto, tutte appartenenti alla famiglia dei Colubridi, non sono velenose e sono innocue per l’uomo. Mi riferisco – evidenzia l’esperto del Wwf – alle Bisce o Natrici dal collare, ai neri Biacchi, ai veloci Saettoni (detti anche Colubri di Esculapio perché sacri al dio romano della medicina), ai grandi e pacifici Cervoni, giusto per citare i più comuni. Attenzione però: il fatto che le vipere siano velenose non può e non deve giustificarne l’uccisione, specialmente se la stessa se ne sta per i fatti suoi in un bosco o una radura in attesa di un pasto a base di topi, arvicole o lucertole. La vipera infatti è un animale di indole pacifica e morde l’uomo solo se si sente minacciata o viene calpestata, per cui la raccomandazione utile per chi va in natura è quella di usare scarponcini alti o stivali, pantaloni lunghi, di fare attenzione quando si infilano le mani nei cespugli o nell’erba alta, e di battere il terreno per segnalare la propria presenza (le vipere, come tutti i serpenti, sono sorde, ma percepiscono le vibrazioni del terreno) e far sì che l’animale si allontani senza creare problemi». 

Paolillo spiega poi la conformazione dell’animale, per meglio destreggiarsi se ce lo si trova davanti: «A differenza degli innocui Colubridi nostrani, la Vipera ha un corpo tozzo, la cui colorazione può variare notevolmente, con una  lunghezza media di 55-65 cm e difficilmente supera i 75 cm, per cui i lunghi serpenti, ben superiori al metro, che vedete strisciare, sparire nell’erba o in un anfratto, o arrampicarsi su un albero, non sono vipere. Inoltre nelle vipere si distingue bene la corta coda, mentre nelle bisce, nei biacchi, la parte terminale del corpo è affusolata e la coda non è distinguibile. Infine, anche se rilevabile solo da vicino, mentre nei Colubri la pupilla è rotonda, nella Vipera è ellittica e verticale, ricorda cioè la pupilla del gatto quando è alla luce. Purtroppo in questo periodo, come ogni anno, nonostante siano protetti da una legge regionale, mi giungono numerose segnalazioni fotografiche di poveri serpentelli maciullati, magari vicino alle abitazioni o nelle periferie cittadine, perché scambiati immancabilmente per vipere. In tutti i casi si è trattato di neonati o giovani di Biacco, o di Biscia dal collare. Il primo, alla nascita misura già intorno a 25-30 cm, ha il corpo grigiastro con evidenti strisce e macchie nere sulla testa. Dopo qualche anno assume la colorazione tipica dell’adulto, cioè nera: il ben noto “scurzuni” o “curzuni” dei contadini. La seconda, che frequenta di preferenza le zone con presenza di acqua (canali, fossati, fiumi, o le stesse “gebbie” per l’irrigazione), è grigia con macchie nere e un caratteristico collarino con due macchie gialle o chiare, evidenti nei giovani, più sbiadite negli adulti, grandi divoratori di rane e rospi». Del tutto fantastici, ricorda ancora l’ambientalista vibonese, i racconti o le cronache «di serpenti “con le corna”, con “i baffi”, “mpasturavacchi” che si attaccherebbero alle mammelle dei bovini, o direttamente al seno della puerpera (utilizzando la coda come ciuccio per il bebè). Nei primi casi si tratta di serpenti sorpresi mentre, faticosamente, cercano di inghiottire una grossa preda come un ratto o un rospo, dilatando enormemente la bocca, visto che le vittime vengono ingoiate intere e non masticate. Nel secondo, c’è da dire la fantasia popolare raggiunge vette inaccessibili alla scienza zoologica. Con questo non immagino certo che da adesso, alla prossima vista di un serpente, si scateni la curiosità per stabilire identità specifica, età, usi e costumi dell’ignoto rettile, ma voglio sperare che, anche nel dubbio, anziché farsi travolgere da una paura e un odio irrazionali, ci si astenga dal condannare a morte per lapidazione un innocente costretto a strisciare da un’evoluzione che gli ha fatto sparire le zampe e che, per colpa di una mela offerta a un’ingenua fanciulla in paradiso, deve patire le pene dell’inferno sulla terra».