“Romanzo criminale”, la pentita Patania ricostruisce in aula il rapporto tra il clan e il maresciallo Cannizzaro

La collaboratrice di giustizia sentita nel corso del processo che vede alla sbarra il clan di Stefanaconi. "Quella non è più la mia famiglia - ha detto -. Mio marito pagò con la vita l'appartenenza alla cosca rivale dei Bonavota" 

La collaboratrice di giustizia sentita nel corso del processo che vede alla sbarra il clan di Stefanaconi. "Quella non è più la mia famiglia - ha detto -. Mio marito pagò con la vita l'appartenenza alla cosca rivale dei Bonavota" 

Informazione pubblicitaria
Informazione pubblicitaria

Loredana Patania è un fiume in piena. Nel corso della sua lunga deposizione resa nell’ultima udienza del processo “Romanzo Criminale” è stata, così come in passato, molto chiara: con la famiglia della zia Giuseppina Jacopetta e dei cugini orfani del boss “Nato” ha tagliato tutti i ponti. Anche perché loro «nella frenesia di far uccidere mio marito non si sono preoccupati se sul posto eravamo presenti anche io e i miei figli». La collaboratrice di giustizia ha accettato di rispondere a tutte le domande in relazione alle attività dei suoi congiunti e della guerra ingaggiata dagli stessi contro i Piscopisani e i Bonavota.

Informazione pubblicitaria

Collaboratrice di giustizia dal settembre 2012, la Patania era la moglie di Giuseppe Matina alias “Gringia”, ucciso durante la faida proprio su volere dei suoi cugini. Alla base di quel delitto, secondo quanto affermato dalla stessa, l’adesione di “Gringia” ad un sodalizio rivale. «Mio marito – ha riferito – ha pagato con la vita la sua appartenenza, scoperta, ai Bonavota di Sant’Onofrio e agli alleati Bartolotta. Centrali, nella deposizione della collaboratrice, i rapporti tra il maresciallo della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro, il parroco di Stefanaconi, don Salvatore Santaguida, con la famiglia Patania. 

«Entrambi erano ossessionati dalla ricerca del cadavere di Michele Penna, l’assicuratore trentenne vittima di lupara bianca nel 2007. Il primo per inchiodare il clan Bonavota-Bartalotta, il secondo per carità cristiana nei confronti della famiglia del giovane». Per perseguire questo obiettivo i due avrebbero cercato di agevolare in tutti i modi gli stessi Patania.

La pentita ha raccontato anche del ruolo della zia Giuseppina Iacopetta: «Ho assistito a dialoghi tra lei e i figli su estorsioni, armi, progetti omicidiari, accordi col maresciallo e col parroco che ritenevano che io fossi a conoscenza del luogo in cui era stato occultato il cadavere di Michele Penna. I due – ha aggiunto – avrebbero anche offerto una ricompensa se avessi fornito informazioni utili a far ritrovare il corpo».